Fini: niente di male se mi dicono di sinistra

NUOVO PDL «Ai miei dico di pensare all’Italia dei prossimi 30 anni prima che alla nostra identità»

RomaIl manchismo conquista Gianfranco Fini che dondola tra sentimento e ragione, tra ruolo istituzionale e politico, tra riformismo spinto e conservatorismo moderato.
Quando negli studi di Porta a porta scorrono le immagini del «suo» Bologna al freddo presidente della Camera viene persino il groppo in gola. E con gli occhi lucidi recita impeccabile la vecchia formazione dei rossoblu: «Negri, Furlanis, Pavinato...». Lacrime. Come quelle che giura di versare in occasione del congresso che partorirà il Pdl: «In quell’occasione toglierò l’abito istituzionale e mi commuoverò perché c’è sempre un cuore oltre al cervello».
Sentimento ma anche ragione. Pensa alla strada che ha fatto la sua destra, al lungo percorso del Msi, di An, del Pdl e giura: «Io al progetto ci credo, ci credo profondamente. Ai miei dico sempre che non dobbiamo preoccuparci dell’identità della destra ma al grande progetto di cui ha bisogno l’Italia nei prossimi 20-30 anni».
Uno sguardo al futuro ma anche al passato: «Sono entrato in Parlamento 26 anni fa. E ricorderò sempre cosa mi disse Giorgio Almirante: “Qui imparerai cos’è la democrazia parlamentare”». Un quarto di secolo dopo, il delfino dell’ex capo dei post-fascisti siede sullo scranno più alto di Montecitorio e si appresta a fondare il grande partito dei moderati, assieme a Berlusconi. Con il quale, assicura, non c’è conflitto: «Nessuno è autorizzato a dire che c’è uno scontro in atto tra me e il Cavaliere. Berlusconi dice che il sistema parlamentare è lento e giustamente chiede una riforma dei regolamenti per avere tempi più brevi». Nessun duello, quindi. Armonia ma anche qualche puntino sulle i: «Più potere all’esecutivo deve essere contemperato con un ruolo forte delle Camere. Potere di controllo e di indirizzo».
Conservatorismo delle istituzioni ma anche riformismo spinto perché «quello dei regolamenti è l’ultimo anello di una catena». La madre di tutte le questioni è il bicameralismo perfetto per cui anche una leggina, se modificata di una virgola, deve ripassare al vaglio della Camera da cui è partita: «Un sistema datato che aveva senso nel dopoguerra: ora bisogna voltare pagina». Nessun bastone tra le ruote dei desiderata del presidente del Consiglio: «Ho detto a Berlusconi che sono disponibile a modifiche, visto anche che ci sono proposte in tal senso da parte di tutti: Pdl, Lega, Pd e credo anche Udc e Idv». Idem sentire ma anche qualche punto di contrasto: «Non è un mistero che con Berlusconi ci siano delle sensibilità diverse su alcune questioni, come dimostra la vicenda Englaro, sulla quale abbiamo avuto posizioni difformi».
Il presidente della Camera non ambisce a particolari ruoli di leadership nel nuovo Pdl ma sottolinea anche che «l’elezione del presidente può avvenire per alzata di mano o a scrutinio segreto. E credo che il massimo dell’investitura, per Berlusconi, sia l’elezione per alzata di mano». E se è «stucchevole il dibattito su cosa farò nel Pdl: io devo fare il presidente della Camera», Fini si concede pure qualche sortita sui temi di più stretta attualità. Ruolo istituzionale, certo, ma anche prese di posizioni politiche. Bocciatura dell’emendamento leghista che cancella il divieto da parte del medico di denunciare i clandestini: «Una norma che non mi convince. Il medico ha il dovere di curare le persone, non di chiedere i documenti. Per questo ci sono polizia e carabinieri». E ancora: «Sarebbe gravissimo» impedire la registrazione anagrafica dei bambini nati in Italia da genitori clandestini. E sulle pensioni? D’accordo a far lavorare le donne un po’ di più ma anche concedere loro dei benefici: «Se a una mamma si chiedesse di lavorare uno o due anni in più a vantaggio dei propri figli, non credo che rifiuterebbe. Certo, meglio la volontarietà».
Posizioni nette ma anche un po’ di sinistra: «Le mie opinioni? Se talvolta queste vengono etichettate come di sinistra io non ci trovo nulla di male». Oggi occorre ripiegare la bandiera storica della destra: «In Italia non ci sono mai state le convergenze sul presidenzialismo», ma anche sventolare quella di una grande riforma della Costituzione da fare tutti insieme: «C’è la bozza Violante ampiamente condivisa: perché non si riparte da lì?».