Fini non crede a Tangentopoli: «Chi ruba è solo un lestofante»

RomaUn tempo corrotti per amor di partito. Oggi farabutti e basta, anzi, volgari lestofanti. C’è mazzetta e mazzetta, anche se nessuna, sia chiaro, «è autorizzata o legittimata». Non si faccia però confusione, «si evitino paragoni impropri» tra Prima e Seconda Repubblica. Gianfranco Fini non è convinto della tesi per cui «oggi siamo come prima di Tangentopoli». La terza carica dello Stato non sa se ci sia una «nuova questione morale», ma «francamente» non trova «molto convincente chi sostiene che oggi siamo, più o meno, nelle stesse condizioni dell’epoca». E dinanzi agli studenti della Luiss, chiamati a raccolta per la presentazione del suo libro, Il futuro della Libertà, spiattella senza remore il proprio punto di vista. Prima di annunciare, una volta rimontato in auto, che l’articolo 16 del decreto emergenze, quello tanto contestato e che trasformerebbe la Protezione civile in SpA, oggi all’esame della Commissione ambiente di Montecitorio, «verrà stralciato». Così, il provvedimento già approvato dal Senato «verrà completamente depotenziato».
Ma torniamo alle mazzette. «Chi rubava lo faceva dicendo che i soldi servivano alla politica e ai partiti, per pagare le spese enormi di un apparato mastodontico», chiarisce il presidente della Camera, pronto ad attingere ai ricordi: Bettino Craxi, nel suo storico intervento a Montecitorio, il 29 aprile del ’93, «fece una precisa chiamata di correità a tutti gli onorevoli colleghi». Discorso diverso merita il fenomeno contemporaneo: «Malcostume, corruzione e tangenti ci sono stati e purtroppo ci saranno, ma ora chi ruba non lo fa per il partito, ma solo perché è un ladro, un volgare lestofante».
Chiuso il capitolo tangenti, l’ex leader di An ne approfitta per discutere di legge elettorale. «Non difendo quella attuale, ma non vorrei che si pensasse che era meglio quando c’erano le preferenze», attacca Fini, che sottolinea: «Se dipendesse da me, tornerei al collegio uninominale, dove i candidati potevano essere valutati dai cittadini».
L’inquilino di Montecitorio ribadisce poi che «in Italia c’è il ceto politico più numeroso e costoso dell’Occidente», tanto che «bisogna passare a partiti leggeri, con strutture ridotte all’osso, dove ci si impegna per passione e non per interesse». Un tema che si lega alla querelle sulle incompatibilità, che «sta superando il livello della decenza». Perché «si vuole essere contemporaneamente parlamentari e sindaci o consiglieri. Ma anche dai politici ci vorrebbe un esempio per ridare fiducia agli italiani. È già difficile fare bene una cosa, figuriamoci due o tre contemporaneamente». Una presa di posizione che incassa il plauso di Sandro Bondi e che «conforta» Pino Pisicchio (Api), coordinatore del Comitato ad hoc, lesto a chiedergli di «far discutere con urgenza le nostre proposte di legge e di dedicare una sessione dei lavori parlamentari a questi temi».
Si passa alla questione Sud: «Non è vero che servano altre risorse, perché se i danari impegnati negli ultimi 50 anni li avessimo dati direttamente alle famiglie del Mezzogiorno, ora starebbero meglio degli abitanti del Liechtenstein». E Fini rilancia poi il suo favore alla Rete: «Sono tra chi sostiene di conferire il premio Nobel per la pace ad Internet». Infine, il graduale abbandono dei vecchi valori di destra viene evidenziato nella domanda finale di uno studente, che chiede un po’ risentito «quanto pesi il passato da camerata, oggi che è diventato presidente della Camera». Applausi di laureandi e laureati. Segue risposta ponderata: «Il passato pesa sempre. Ma più passano gli anni e maggiori sono le occasioni per riflettere su quello che abbiamo detto prima, e qualche volta per rivedere i giudizi».