Fini non sfonda, i suoi frenano

Secondo i sondaggi un eventuale partito del presidente della Camera non
andrebbe oltre il 5,9 per cento dei voti perciò gli ex aennini sono
costretti a rivedere la strategia. Così il centrodestra si ricompatta

Roma - Furia francese e ritirata spagnola. Il consueto sondaggio del professor Renato Mannheimer sul Corriere della Sera sembra aver indotto l’entourage del presidente della Camera, Gianfranco Fini, a più miti consigli. La semplice domanda «voterebbe per un eventuale partito di Fini?» ha prodotto un esito non certo piacevole per il primo inquilino di Montecitorio. Solo il 5,9% del campione di 800 intervistati ha risposto «molto», mentre il 20,9% ha affermato «abbastanza». Tenuto conto che non è in corso nessuna campagna elettorale con gli annessi effetti di polarizzazione si può affermare che il partito dei «finiani», oggi come oggi, si attesterebbe su valori simili a quelli dell’Udc di Casini.

Un po’ poco visto tutto il battage mediatico dell’ex leader di An su immigrazione, diritti, rispetto del Parlamento e della magistratura. Numeri che a loro volta smentiscono quella frase detta in privato e pubblicamente smentita dal presidente Fini: «Se si arriva al voto, vedrete quanti ci seguiranno». Quanti? Il 5,9 per cento.
Ancor più impietoso il confronto con Silvio Berlusconi nell’ambito più ristretto degli elettori del Pdl. Il 70% confermerebbe la propria fiducia al premier, mentre solo il 15% sceglierebbe il prodotto politico alternativo con un 8% di indecisi. Insomma, conclude Mannheimer, pur godendo di un «mercato potenziale» del 34% tra coloro che votano o voterebbero per il centrodestra, il seguito di Gianfranco Fini «sembra dipendere più dai voti provenienti dall’esterno che da quelli dell’attuale seguito del Pdl». Che tradotto in termini più semplici suona: se il presidente della Camera rompesse con il Popolo della libertà, pochi lo seguirebbero. Tutt’al più diverrebbe un «problema» per Casini, Rutelli e Bersani.

I risultati del sondaggio probabilmente hanno influito sulle valutazioni del vicepresidente dei deputati del Pdl, Italo Bocchino, che nelle ultime settimane ha più volte «supportato» le esternazioni finiane con altrettante dichiarazioni volte a sostenerne le tesi. Invece ieri Bocchino ha addirittura criticato il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, utilizzando una terminologia negli ultimi tempi sconosciuta ai «finiani».

Il leader della «bocciofila» democratica (che concedeva un’intervista a Repubblica mentre D’Alema organizzava le candidature per le Regionali) ha infatti «intimato» a Berlusconi di ritirare il ddl sul processo breve al fine di avviare il dialogo sulle riforme. «Bersani chiude di fatto la possibilità di un dialogo costruttivo», ha chiosato Bocchino aggiungendo che «la sinistra non è in grado di affrontare alcun cambiamento per il Paese per mancanza di linea e per aver scelto come unico argomento politico l’odio per gli avversari».
Sono dichiarazioni molto somiglianti a quelle rilasciate dai capigruppo di Camera e Senato del Pdl.

«Il centrodestra non ci sta a farsi spennare come un pollo», ha detto Fabrizio Cicchitto. «Bersani abbassi le ali», gli ha fatto eco Maurizio Gasparri. E Bocchino ieri si è trovato in sintonia con i due. Lo stesso Italo Bocchino che aveva definito «giuste» le considerazioni di Fini che sconsigliavano il governo dal porre la fiducia sulla Finanziaria. Lo stesso Italo Bocchino che aveva sottolineato dinanzi alla presa di posizione di Berlusconi: «Non esiste che chi è in minoranza deve uscire dal Pdl».

Ieri Bocchino ha persino offerto una sponda al premier in materia di lotta a Cosa nostra. «Mai nessuno ha dato colpi duri alla criminalità come ne ha dati il centrodestra. Chi mesta nel torbido, lo fa per colpire l’avversario politico», ha affermato. Miracoli dei sondaggi.