Fini-Di Pietro, patto contro l’antipolitica

Roma - Sorride la strana coppia e brinda al primo progetto trasversale per contenere i costi della politica e imbrigliare i venti dell’antipolitica. Ma guai a parlare di inciucio o di prove generali per una futura maggioranza. «An è un partito che sta all’opposizione - dice Gianfranco Fini -, Antonio Di Pietro invece è un ministro del governo Prodi, che io voglio far cadere. Nessuna illazione e niente retropensieri». Se è per questo, anche Di Pietro nega che ci siano rimescolamenti: «Sono disposto a lasciare la poltrona perché una riduzione dei ministeri sarebbe un segnale importante. Decide Prodi, vedremo se ha il coraggio. Ma io resterei comunque nella maggioranza. Io sono leale al mandato elettorale e non voglio fare il cavallo di Troia della Cdl».

Su una cosa però non ci sono dubbi. «La marea sta crescendo - spiega il presidente di An -, il clima di ostilità nei confronti del Palazzo è molto più profondo di quanto si pensi. Le istituzioni sono complesse, autoreferenziali e poco trasparenti. Se non ci muoviamo, qui rischiamo di celebrare presto il funerale della democrazia rappresentativa». Da qui l’idea del disegno di legge bipartisan per contenere le spese della politica, che Piero Fassino ha boccia così: «Niente di originale, le proposte sono già tutte nella Finanziaria».
Questo in pillole il ddl Fini-Di Pietro. Un tetto massimo di 17 ministri, dodici con il portafoglio e cinque senza. Non più di 50 sottosegretari. Riduzione del numero degli assessori comunali e provinciali, chiusura di Sviluppo Italia spa, soppressione delle comunità montane. Tutto ciò, affermano, porterebbe un risparmio di 569 milioni di euro l’anno

A queste misure si aggiunge il riconoscimento giuridico dei partiti e dei sindacati, che, dice ancora Fini «non possono essere trattati come delle bocciofile». In questa maniera si aumenterebbe la trasparenza della loro attività e soprattutto dei loro bilanci. Poi, una sforbiciata del 15 per cento delle retribuzioni dei presidenti dei consigli circoscrizionali, dei sindaci di città con popolazione superiore ai 30 mila abitanti e dei presidenti di provincia, più il divieto di cumulo tra indennità di funzione e gettone di presenza, più il blocco degli incarichi dirigenziali agli estranei alla pubblica amministrazione, più la soppressione dei direttori generali negli enti locali, più l’eliminazione di diversi consigli di amministrazioni.

«È necessario - incalza il ministro dei Lavori pubblici - dare risposte concrete alle domande del Paese reale. C’è una caduta verticale della credibilità delle istituzioni, aggravata dal comportamento di chi le governa. È il momento di passare dalla diagnosi alla terapia». E per il malato Italia la ricetta è il taglio netto dei posti di potere. «Oltre al risparmio - assicura Di Pietro - ci assicureremo una maggiore efficacia di governo. Noi abbiamo presentato la nostra proposta, adesso vedremo in Parlamento chi vuole davvero fare qualcosa e chi, invece, ci marcia».
Conclude Fini: «Lasciare le cose come stanno porterebbe al funerale della democrazia. È nobile che i parlamentari annuncino di tagliarsi lo stipendio, ma non basta. Senza una riforma complessiva si rischia solo di inaugurare una corsa a chi arriva prima».