Fini predica onestà e dignità: le cerchi in Rai e a Montecarlo

Il leader Fli fa il moralista, ma invece di dimettersi si autoassolve di tutto. Per il caso Tulliani, per le raccomandazioni e per aver tradito gli elettori <br />

Fini ormai è un parados­so vivente. Si alza la mattina e parla di dignità, onestà e sen­so di responsabilità politica. Dignità? Proprio lui che non ha spiegato come mai la casa di An a Montecarlo sia abita­ta dal cognato. Onestà? Lui che non ha esitato a racco­mandare la suocera in Rai. Responsabilità? Lui che ha fatto sloggiare i propri mini­stri e chiede con insistenza le dimissioni del premier, ma fa finta di non vedere l’assurdi­tà di essere allo stesso tempo leader di partito e presidente della Camera. Forse un giorno il suo caso verrà studiato come anomalia istituzionale sui testi di scienza della politica. Non servono tanti giri di parole. La questione purtroppo è palese.

Il presidente della Camera è stato eletto con una maggioranza che ha rinnegato. Da quando è avvenuto lo strappo non nasconde più, nemmeno pro forma, di essere il capo di un partito. Non ha mai avuto la dignità e l’onestà di dimettersi. Al punto da far nascere una situazione che dovrebbe creare imbarazzo a tutti, ma sulla quale opinionisti e costituzionalisti chiudono gli occhi. Fini firma la mozione di sfiducia contro Berlusconi ma si aspetta di essere riconosciuto come organo super partes. È l’arbitro e l’avversario.È l’attore arrogante che pretende di recitare tutte le parti nella commedia. Non è un caso che il leghista Roberto Castelli fotografi con una manciata di frasi l’inganno del Fini uno e trino. «Napolitano convoca il presidente della Camera e del Senato. Sicuramente Fini andrà con appuntato al petto il distintivo del suo nuovo partito, ma parlerà con grande obiettività della situazione politico istituzionale del Paese, come si addice al suo ruolo super partes».

Ma le parole di Castelli finiranno nel vento. L’onorevole Gianfranco Fini è di bronzo. Non si lascia scalfire da nulla. Ha messo sul volto una maschera che non sa arrossire. Non si vergogna di nulla. È come quei puritani pronti a minacciare l’inferno verso gli umili peccatori, ma che non si scandalizza per i suoi peccati. E se qualcuno prova a rammentargli le sue evidenti debolezze parte con una predica alta e nobile. Cose di questo tipo: «Tra le responsabilità della classe dirigente c’è anche quella di aver smarrito quel senso della dignità, della responsabilità e del dovere che dovrebbero essere proprie di chi è chiamato a ricoprire cariche pubbliche ». Appunto. E la sua dignità dove è finita onorevole Fini? E il suo senso di responsabilità e del dovere che fine ha fatto? Davvero lei crede normale accreditarsi come maggior avversario di questo governo e definirsi al di sopra delle parti? Ma le sembra possibile? È la logica dei sepolcri imbiancati. Se non si sente co-sì, abbia il coraggio e l’onestà di dimettersi. Non lo farà. Anzi alzerà la voce per dire che la sfiducia va discussa prima alla Camera e poi al Senato.

In questo modo Fini e i suoi alleati sperano di sfruttare il vantaggio della battuta. Peccato che la Costituzione lascia al governo la prerogativa di scegliersi la Camera dove cominciare la partita. E questo fatto sta facendo impazzire gli antiberlusconiani. Sta accadendo di tutto. Qui non ci sono più ragioni politiche. Non c’è un normale confronto tra maggioranza e opposizione. C’è solo la rabbia di chi vuole sfrattare Berlusconi, premier scelto dagli elettori, con qualsiasi mezzo. Tanto che Franceschini, senza più ipocrisie, invita Fini a stoppare Berlusconi su questa storia del «prima il Senato» e a non preoccuparsi di apparire partigiano. Niente manfrine. Questo è uno scontro che non vieta i colpi bassi. È per questo che diventano sempre più fastidiosi gli appelli moralistici del presidente della Camera. Sanno di presa in giro, di furberia con il ditino alzato, di pregiudizio senza orgoglio.

È una miseria istituzionale. Fini farebbe meglio a gettare la maschera. Non è super partes e ci risparmi i moralismi. Con quale faccia si presenterà al Quirinale e poi davanti agli elettori? Si dimetta. È una parola che oltretutto conosce bene. È lui quello che ordina le dimissioni di tutti: di Berlusconi, dei suoi mini-stri, di Feltri e di tutti i giornalisti che non gli stanno simpatici. Cominci lui. È quello che ha più motivi. Quali? Montecarlo, i contratti in Rai della suocera e la sua mancanza di senso istituzionale a Montecitorio