Fini, prime aperture al premier: nella giustizia qualcosa non va

Roma - Tireremo dritto, fino alla prima curva. Se il finiano Secolo cinguetta con l’Unità, il titolare del pensiero - Gianfranco Fini - ha tutto il diritto di andare a scrutare Che tempo che fa, e sorbirsi il confortante nettare profuso da Fabio Fazio. Un modo per parlare al nuovo target, al pubblico salottiero e perbenista, che sa storcere il naso di fronte al «derby permanente nella politica» che tedia Fini.
Il nemico pubblico numero uno è allora il Giornale di Vittorio Feltri, che il presidente della Camera cerca di isolare dal Pdl («non penso che Berlusconi la pensi come Feltri») e dalla questione-Berlusconi, per meglio colpire. La domanda posta da Feltri, da che parte stia e se abbia il coraggio di firmare un documento che tuteli il premier dall’offensiva giudiziaria, resta a lungo inevasa. Ma poi, tanto per «non eludere», Fini lo spiraglio finisce per aprirlo: occorre discutere «di ciò che nella giustizia non va, compreso l’abnorme lunghezza dei processi» e concorda con quanto ha dichiarato Calderoli a proposito dell’«accanimento giudiziario» nei confronti del premier. Certo, cerca di trovare la quadra il presidente della Camera, «se con una leggina si annullassero i processi, i cittadini avrebbero ragione ad arrabbiarsi, dopo aver pagato l’avvocato ed essersi imbarcati in un procedimento per avere ragione».

Dunque no alle scorciatoie sulla «prescrizione breve», che «danneggerebbe i cittadini», timido sì alle modifiche che affrontino il problema della lunghezza dei processi. Fini concede a Berlusconi il «diritto di governare» ma, avverte, «lo deve fare nel pieno rispetto degli altri organismi previsti dalla Costituzione». Ribadisce il «no» alla «monarchia assoluta» e alla «caserma»: il dissenso nel Pdl deve essere rispettato e lui, in fin dei conti, non fa che «aggiungere un po’ di sale a una minestra insipida e noiosa». Anche perché il Pdl, così com’è, ancora non lo soddisfa «pienamente».

Dove il numero uno di Montecitorio però si impunta, è sul duello personale con Feltri, ingaggiato ai tempi dell’affaire Boffo, con tanto di giudizio sul giornalismo che si occupa di gossip. L’occasione è gustosa, Fazio un ottimo anfitrione, e Fini non si lascia scappare le pietanze servite con tanta deferenza. Prima l’aria di noncuranza: «Quel che scrive Feltri mi lascia indifferente, mi preoccuperei se alcuni intendimenti attribuiti a Berlusconi fossero veri, ma al momento non ci sono elementi per pensare così». Quindi il sarcasmo: «Feltri è un direttore indipendente, bisogna vedere se è indipendente dalla sua volontà». Infine l’attacco diretto: «Berlusconi sa per certo che Feltri quando spara a palle incatenate nel campo amico danneggia il premier stesso in primo luogo. Il fatto è che lui è l’editore, e questo è quello che non mi quadra».

Non quadrerebbe neppure alla realtà, considerato che, dalla legge Mammì in avanti, Silvio è stato costretto a cedere la proprietà del Giornale al fratello Paolo. Ma il presidente della Camera ha ormai perduto l’abituale britannico aplomb e trova insensata qualsiasi cosa scritta dal Giornale feltriano: «l’etichetta di compagno fa ridere» ed è superata dalla storia, considerato che «non c’è differenza tra destra e sinistra»; la «settimana di passione è a Pasqua, mentre siamo solo ai morti, rispettiamo almeno il calendario»; gli «autografi si chiedono a Sting (ospite d’onore della puntata, ndr), non ai deputati». Per il resto è il Fini che si conosce: quello che dissente dall’idea di «riforme istituzionali non condivise con l’opposizione», che critica certe «candidature inopportune» e si vanta di essere «leale ma non supino». Lui sogna una «destra dei diritti». Appunto, fino alla prossima curva.