Fini: "La questione del leader della Cdl non è così urgente"

Il leader di An: "La benedizione spetta solo alla Chiesa, ma è del tutto evidente che nel
centrodestra chi fosse osteggiato da Berlusconi non potrà mai diventare il leader. In
politica ci vuole realismo e in Italia, invece, prevale spesso il velleitarismo"

Roma - «La benedizione spetta solo alla Chiesa, ma è del tutto evidente che nel centrodestra chi fosse osteggiato da Berlusconi non potrà mai diventare il leader. In politica ci vuole realismo e in Italia, invece, prevale spesso il velleitarismo». Ecco perché Gianfranco Fini, intervistato da Bianca Berlinguer per "Vanity Fair", spiega di non vedersi proprio nel ruolo di "Delfino della Cdl": «Proprio perchè amo il mare, penso che i delfini stiano bene solo in acqua». Un’intervista che fa affiorare "in" e "out" della politica vista da Fini, con ritratti degli altri protagonisti del Palazzo, che lasciano intravvedere giudizi in controluce anche per chi non è citato direttamente.

Per esempio quando si parla della Michela Brambilla: «Un fenomeno mediatico, costruito in laboratorio. Apparire in tv - ammonisce - dà notorietà, non sempre credibilità». O quando si tratteggiano le doti di Massimo D’Alema, speculari a difetti comunque non del vicepremier Ds: «Stimo D’Alema per la sua grande professionalità. Lo considero un professionista della politica e questo, per me - sottolinea - non è certamente un insulto. Mi piacciono anche alcuni aspetti del suo carattere, perchè se c’è una cosa che non sopporto - confessa - è il voler sempre e comunque compiacere»

Si parla allora proprio di scelte scomode compiute da Fini su terreni delicati, come fecondazione assistita, diritto di voto alle elezioni amministrative per gli immigrati, coppie di fatto: «Non è stato un errore sostenere quelle posizioni, perchè sono convinto che un leader debba avere anche una funzione pedagogica, saper guardare al futuro. Ma - riconosce il leader di An - ho sbagliato a non discuterne prima, a mettere il nostro mondo improvvisamente di fronte al fatto compiuto».

Un’autocritica accompagnata dal rifiuto di analisi che vorrebbero il partito in ritardo rispetto a un leader stile-Sarkozy: «Non lo considero un complimento. Per me vale il vecchio detto "valgo poco se mi giudico, molto se mi confronto con gli altri". A volte noi, e per noi intendo politici e giornalisti, sembriamo mosche dentro un bicchiere: quando sono chiuse fanno un rumore terribile, ma appena fuori nessuno le sente più», per questo Fini archivia un’ulteriore stoccata sulla Brambilla allargando la riflessione: «Non mi piace questa discussione, e non ho mai voluto parteciparvi, neanche quando Berlusconi ha fatto il mio nome. La prima urgenza del centrodestra, oggi, non è il leader: i nostri problemi sono altri e ben più complessi. Mentre noi stiamo fermi, gli altri si muovono».

Il Pd parte prima dei progetti di riaggregazione della Cdl «e infatti dobbiamo accelerare. Nel centrosinistra - prosegue - sono già in una fase di semplificazione e aggregazione, e noi dobbiamo lavorare per dar vita, in un primo momento, a una federazione: poi si vedrà. Non è facile. Arrivare alle fusioni attraverso le scissioni è uno dei tanti paradossi della nostra politica. Ma solo dopo essere passati da una mera alleanza elettorale a qualcosa di più avrà un senso anche per noi parlare di primarie».

Intanto si riparla dei personaggi più stimati nel centrosinistra: «Veltroni è stato molto bravo nel costruirsi quell’immagine che, quando si vuole denigrare, si definisce buonista. Ma, in realtà, ha una sua personale sensibilità umana che lo ha portato a comprendere una serie di questioni importanti, ignorate dalla politica, come il rapporto con le nuove generazioni. E poi apprezzo Franceschini perchè è una persona seria».