Fini richiama Alemanno e La Russa

Il sindaco di Roma e il ministro convocati dopo le dichiarazioni su fascismo e Salò: «An deve lavorare per l’unità nazionale»

da Roma

Il primo chiarimento era stato telefonico, a caldo. Toni non meno roventi. Palpabile l’irritazione del presidente della Camera, Gianfranco Fini, nei confronti dell’uno-due sul fascismo di Alemanno e La Russa. «Sbagliati i tempi e i luoghi», la reprimenda del leader di An a entrambi. «Come, sono quindici anni che seguiamo un percorso lineare per ricomporre l’unità degli italiani, e ora torniamo punto e a capo?». Il successivo sfogo di Fini con i collaboratori aveva il segno della fatica di Sisifo: il macigno portato sulle spalle fin quasi in vetta, e poi di nuovo fatto rotolare giù.
Ieri mattina, nello studio del presidente di Montecitorio, il chiarimento vis-à-vis. Il primo ad arrivare, alle 14.30, Gianni Alemanno: dieci minuti e due caffè per dirsele tutte, e cercare una nuova sintonia. Il tempo per guardarsi negli occhi e capire se dietro la sortita del sindaco di Roma, proprio nel luogo più improbo, lo Yad Vashem di Gerusalemme, ci sia stata soltanto una «sprovvedutezza» intellettuale o una strategia che miri alla leadership della destra. Identità che Alemanno rivendica apertamente, e considera l’approdo nel Pdl un rischio da correre con i piedi di piombo. Ma lo «sprovveduto» che Fini avrebbe sibilato nei confronti del sindaco, ad Alemanno non è andato giù. Tanto che l’ex alleato di Destra sociale, Francesco Storace, conoscendo bene entrambi, ci si è gettato a pesce: «Non c’è che dire - il velenoso commento -, Alemanno viene trattato da sprovveduto dopo che i romani se ne sono fregati votandolo in massa...».
Poco dopo nello studio di Fini è arrivato il ministro della Difesa, Ignazio La Russa. Il chiarimento a tre ha stemperato l’atmosfera, anche perché nel caso di La Russa è stato semplice intravvedere il semplice «scivolone» linguistico. «Non avevo intenti revisionistici», aveva ridimensionato subito il ministro. L’arrivo di Maurizio Gasparri, una manciata di minuti più tardi, ha portato il discorso sui temi previsti in calendario: federalismo, esecutivo di An e statuto del Pdl. Al termine, qualche laconico commento e la rassicurazione di Alemanno: «Ho giurato sulla Costituzione e non voglio tornare indietro. Certo i giornali non sono lo strumento migliore per fare riflessioni storiche...».
Resta però lo sconcerto di Fini per il lavoro di faticosa legittimazione sempre messo in pericolo dai suoi, persino oggi che An è ormai sulla soglia del Ppe. Tanto da far dubitare che «tutti abbiano davvero capito il cammino: dobbiamo avere il profilo di una destra europea moderna, svolgere la missione storica di un partito nazionale, ovvero ricomporre l’unità di tutti gli italiani...». Non usare la storia «come arma impropria», insomma: come il leader di An ebbe modo di dire già nel febbraio del ’98, a Verona. Una linea mai contraddetta, che verrà ribadita sabato mattina alla festa di Azione giovani al Celio. Il presidente non demorde, e gli ottimi rapporti con la Comunità ebraica ormai gli fanno scudo. Dopo le telefonate di scuse di lunedì, ieri pomeriggio c’è stata una stretta di mano con il presidente della Comunità romana, Riccardo Pacifici, che ha confermato la stima: «Con Fini non ci sono problemi, abbiamo rapporti ottimi. A La Russa e Alemanno credo che avrà espresso la nostra amarezza». Ieri mattina, prima dell’arrivo di Alemanno, non a caso il presidente aveva voluto ricevere il deputato del Pd Alessandro Ruben, presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane. Un altro modo per dire ai suoi che la storia è storia, e certo revisionismo non ha più corso legale.