Fini sì che è bravo ad ammansire i magistrati furiosi

Caro dott. Granzotto, la prego di non seguire il consiglio di quel lettore che qualche settimana fa consigliava di non scrivere più di global warming: è uno degli argomenti più gustosi di cui leggere, quando vengono scritti da lei. La presa per i fondelli è garbata e nello stesso tempo molto gustosa. Io leggo solo Il Giornale, e certe riflessioni sul clima mi vengono suggerite e rammentate solo leggendo i suoi articoli; inoltre, sghignazzo. Ho anche un paio di pensieri che non mi lasciano in pace. Uno è quello relativo alla giustizia: se non ricordo male il presidente della Camera, Fini, aveva avuto notizia che qualche magistrato stava per inviargli un avviso di garanzia, o forse stava solo iniziando ad indagare su di lui. Ma Fini disse di rinunciare all’immunità (di cui si stava discutendo in Parlamento) e subito il tal magistrato archiviò il caso. I casi sono due: o il caso era veramente non degno di perdere tempo per indagini (e allora non capisco perché fosse stato ventilato un suo approfondimento) oppure era, il caso, degno di approfondimento ma è stato archiviato dopo la genuflessione di Fini. Se è così, che immagine posso avere della giustizia?
e-mail

Stia tranquillo, caro Ortile: fanno quasi dieci anni che inseguo quei pallonari del riscaldamento globale e vuole ch’io molli proprio ora che siamo al redde rationem? Seguiterò a infierire sui vinti, a maramaldeggiare perché quella gente non merita pietà, ma solo pernacchie. E veniamo al gagliardo Gianfranco Fini, al quale è presa fitta di dare - specie in tema di magistratura - sulla voce al Cavaliere così da guadagnarsi crediti tra i «sinceri democratici» (arrivando ad affermare, in contrasto col Cav, va da sé, che calando sul tavolo lo «scandalo» della Protezione civile i piemme di Firenze non hanno nulla di cui vergognarsi. Ma dimmi tu. Far trascrivere e mettere agli atti 20mila pagine - qualcosa come quattro milioni di parole - di colloqui telefonici dove latita la notitia criminis ma furoreggia il materiale ad uso dello spettegolamento da serve, per poi depositare quegli atti all’edicola cos’è? Roba della quale menar vanto?). Nel caso al quale lei si riferisce, caro Ortile, la magistratura gioca però un ruolo di sfondo: non c’è trucco e non c’è inganno giudiziario all’origine del beau geste di Fini. Questi i fatti: denunciato dal pubblico ministero John Henry Woodcock, del quale aveva detto: «Un signore che in un Paese serio avrebbe già cambiato mestiere... è noto per una certa fantasia investigativa», Fini dichiarò che, nel caso l’azione giudiziaria proseguisse, avrebbe rinunciato «all’immunità concessa dal lodo Alfano». Ciò che gli fruttò il plauso e dei «sinceri democratici» e del Woodcock medesimo il quale, a stretto giro di telegiornale, ritirò la querela adducendo che «la sensibilità istituzionale del presidente Fini compensa le pur gravi offese arrecatemi dalle sue dichiarazioni dell’epoca» (e qui lei, caro Ortile, provi a immaginarsi ripetuti squilli di tromba. O meglio, di trombone).
Sul gesto, dunque, niente da dire: riflette appieno il magniloquente galantuomismo democratico del quale Fini rivendica la privativa. È la posta in gioco che lascia a desiderare perché dar del «fantasioso» a un magistrato quando si può liberamente - sentenza della Cassazione - dare del «buffone» al capo del governo e delle «zoccole» alle gentili deputate e senatrici, non è poi tutto questo gran reato. Senza aggiungere che lodo o non lodo, spetta sempre al Parlamento - notoriamente generoso con la casta - vagliare la sindacabilità o meno (e quindi il luogo o non luogo a procedere) delle dichiarazioni fatte da un parlamentare. Se ne deve necessariamente concludere che in quella circostanza Fini diede, da par suo, corpo a una gustosa metafora di Stefano Ricucci. Che però, quando si dice il caso, al momento non ricordo nei suoi termini. Fa lo stesso, perché son certo che lei, caro Ortile, l’abbia ben presente.