Fini: «Con Sarkozy cambieremo faccia all’Europa»

«Fini come Sarkozy, stupisce a sinistra, innova a destra, colpisce al centro. Se Sarkozy diventerà presidente, cambierà non solo la Francia ma anche l’Europa». Adolfo Urso, dell’esecutivo di An, presenta così il personaggio a cui è dedicato il numero monografico della rivista Charta Minuta, sua creatura editoriale. Un modernizzatore con cui il presidente di An ha stabilito un asse preferenziale. Un rapporto cementato da quella che il Secolo d’Italia ha definito «una quasi-simbiosi politica, generazionale e caratteriale», dalla volontà comune ai due di svecchiare una destra troppo spesso costretta in un recinto «museale», ma anche dall’attenzione costante manifestata da Fini verso il «modello Sarkozy» e le sue idee-forza. Un’attenzione confermata dalla prefazione da lui scritta per l’edizione italiana dell’ultimo libro del suo «gemello» francese, «Testimonianza», ma anche da quest’intervista - di cui riportiamo ampi stralci - concessa a Fabio Torriero per Charta Minuta.
Presidente Fini, è possibile stabilire un nesso tra la sua avventura politica e quella di Sarkozy?
«Se possiamo stabilire un nesso è il chiarimento su concetti di fondo spesso fraintesi, distorti e non sempre in buona fede. La distinzione, ad esempio, tra rinnovamento e nuovismo. Nuovisti sono quelli che si ammantano di questa parola e rinnegano le proprie idee, le scordano, le rimuovono, le cancellano. O che salgono sul carrozzone del pensiero unico da ascari del politicamente corretto. Nuovisti sono anche quelli, come la sinistra nostrana. Rinnovamento, invece, è un’altra cosa: è attualizzare le idee, collegarle alla realtà in movimento, stabilire cosa si salva, cosa si butta e cosa si trasforma di un patrimonio culturale ereditato dal passato. Vuol dire far crescere un ambiente e un’intera comunità politica».
Ma il rinnovamento può portare pure a cancellare i valori?
«Esattamente il contrario. Rinnovare non significa derubricare i valori. Anzi. Faccio un esempio, la patria, la famiglia, la spiritualità, il rapporto tra libertà e autorità, tra uguaglianza e meritocrazia, tradizione e progresso, non si possono azzerare con un colpo di spugna. Vanno rimodulati nel presente. Per renderli sempre vivi, direi perenni».
Quindi, finora, sul tema dei valori a destra abbiamo assistito a un confronto-scontro gonfiato unicamente dai media?
«Da una parte è successo questo. Quando D’Alema fa nuove analisi, per la vulgata e la gran cassa mediatica allineata si tratta di letture nuove. Quando le faccio io si tratta di rotture, svolte, strappi con la base, il partito, le radici della destra. La verità è che la destra deve rimanere quella che corrisponde esattamente al disegno ideologico e pregiudiziale della sinistra. Ossia, la destra che coincide con la sua caricatura. Dall’altra parte, va ammesso, qualcuno in casa nostra, con l’ossessione dell’identità che a mio avviso è museale e strumentale a questioni interne al partito, si è mosso per confermare i pregiudizi della sinistra, diventando speculare ai suoi teoremi. Un altro aspetto questo - la destra che rifiuta la macchiettizzazione della sinistra - che mi avvicina certamente a Sarkozy».
Quali altre strade la avvicinano a Sarkozy?
«La navigazione in mare aperto visto che lui intende andare oltre la famiglia gollista per costruire un nuovo, grande raggruppamento popolare».
E poi?
«Senza dubbio il superamento del vecchio Stato sociale. Uguaglianza di partenza e non d’arrivo, flessibilità che non vuol dire precarietà e nuova individuazione delle tutele, secondo la nuova realtà sociale e produttiva, non quella vecchia, basata su una lettura ideologica, da anni Settanta, dei diritti».
Il modello francese si può esportare?
«Ogni popolo è figlio della propria storia. L’importante è non riprodurre meccanicamente i sistemi esteri come oro colato. Se pensiamo al dibattito sui sistemi elettorali, mi viene da sorridere: modello belga, francese, alla tedesca. Una Babele. E poi gli accostamenti alle persone sono addirittura comici: Pecoraro-Scanio non è Bové, e il centrista Bayrou, il terzo incomodo nella competizione francese tra Sarkozy e Ségolène Royal, mi dispiace per qualcuno da noi (Rutelli e Casini, ndr), non avrebbe nulla a che vedere con un terzopolismo di ritorno, utile per disegni italiani. Il partito di Bayrou, oltre a militare nel centrodestra europeo, per certi aspetti, pensiamo alla sua concezione economica, è molto più a destra di Sarkozy».
Piero Fassino ha riconosciuto gli errori della sinistra che Sarkozy ha messo in evidenza nel suo libro «Témoignage».
«Certamente: il fatto che la sinistra sul tema della sicurezza, considerato un tema appalto della destra, abbia pensato troppo ai diritti, trascurando i doveri e il fatto che sul tema dell’immigrazione non abbia capito, come invece ha capito Sarkozy, che l’argomento non era unicamente ordine pubblico rappresenta un importante atto d’accusa nei confronti della cultura cosiddetta progressista, incapace negli approcci e astratta nelle soluzioni. Ecco dunque la scommessa per noi e per Sarkozy: le nazioni devono conciliare la legalità con la “casa che accoglie”, ossia la tradizione culturale, storica, le regole della società, le leggi; e chi arriva da fuori deve avere ugualmente diritti e doveri, a cominciare dalle religioni, Islam compreso».
Sarkozy si sta ponendo come «l’uomo delle rotture», contro l’immobilismo della sinistra e il conservatorismo di una certa destra.
«Non a caso le sue rotture gli hanno portato le simpatie di notissimi intellettuali francesi di sinistra come André Glucksmann e Max Gallò e di personaggi storici del centrismo come Simon Veil. Mi sembra che stia riuscendo nell’impresa di sparigliare gli schemi».
Sarkozy lascia un segno per cambiare la politica in generale?
«A Sarkozy consiglierei di aggiungere un capitolo al suo libro usando un’altra parola-chiave: speranza. Quell’ottimismo, quell’amore per la vita e il futuro che non devono venire unicamente dal benessere economico, ma dalla capacità di credere in noi stessi, nella nostra realizzazione sociale e professionale e soprattutto dal miglioramento della qualità della vita. Quello sviluppo sostenibile che dovrebbe impegnare davvero le energie di popoli, Stati, leader politici, esponenti del mondo dell’economia. Tutti insieme».