Fini: serve un po’ di autocritica, non si vota se cade il governo

Il leader di An irritato per la linea del centrodestra: "Chi guida la coalizione non deve dare pagelle"

da Roma

Tre paroline, «non accettiamo pagelle», tre sibili secchi soffiati senza nemmeno alzare la voce e Gianfranco Fini dichiara a tutto il mondo che dopo il via libera del Senato alla Finanziaria non è lui quello che deve finire dietro la lavagna. Se c’è qualcosa da «respingere», dice, sono proprio le parole di Silvio Berlusconi. E se c’è qualcuno da bocciare, attacca, è chi ha organizzato la strategia della Cdl in questi mesi. «A volte serve un po’ di autocritica. Vogliamo chiederci perché abbiamo perso le elezioni per 23mila voti? Vogliamo dire che abbiamo sbagliato qualcosa tenendo nel cassetto il patto per l’Italia?». Insomma, «se oggi nella Casa delle libertà non ci sono le condizioni neppure per tenere un vertice, una riunione sulla situazione politica, chi ha la responsabilità di tutto ciò se la prenda».
Fini è davvero furioso. «Troppo mosci chi? Noi? Poco determinati contro Romano Prodi? Ma se abbiamo portato mezzo milione di persone in piazza». Non ha digerito le bordate del Cavaliere sul mancato impegno degli alleati. «È assolutamente inaccettabile - si sfoga con i suoi - l’accusa ad Alleanza nazionale di non aver fatto sufficiente opposizione al governo. E quei cinquecentomila al Colosseo che manifestavano su sicurezza e fisco, erano forse venuti solo a prendere un caffè?». E Via della Scrofa fa filtrare la «forte irritazione» per le parole dell’ex premier, che vengono «respinte al mittente».
Ma Fini replica anche in pubblico. «Non si possono accettare pagelle su chi è più buono e chi meno buono - dice parlando a un convegno dei cristiano riformisti -. Se Prodi è rimasto in vita, la colpa non è di Tizio o di Caio nella Cdl. Tutti abbiamo combattuto in egual misura. Il governo è molto debole e ci sono molti parlamentari che dicono di voler staccare la spina, non certo però per andare a votare subito». C’è stato, insiste, un errore di strategia: «Anche in un frangente complesso, il governo è riuscito a sopravvivere. Bisogna prenderne atto. La politica è realismo, non solo andare in piazza». Basta spallate: «Tutti ormai hanno capito che se si continua a dire “Prodi deve cadere subito e subito dopo andiamo a votare”, regaliamo al Professore un’assicurazione sulla vita. Tutti noi vorremmo mandarlo a casa. Se finora non ci siamo riusciti è perché continua ad avere una maggioranza parlamentare». Dunque, serve concretezza: «Ci vuole grande umiltà, non esiste chi non sbaglia mai».
Adesso comunque è suonata l’ora del dialogo. «Siamo l’unica democrazia occidentale - dice ancora Fini - in cui il presidente del Consiglio conta meno di un sindaco di un paese di tremila abitanti. È difficile governare l’Italia con un esecutivo che fa approvare leggi in tempi quattro, cinque volte superiori rispetto alla media europea. In queste condizioni l’azione del governo è quasi impossibile». Da qui l’urgenza di cambiare le regole. «Bisogna andare alle urne solo dopo aver sciolto il problema di fondo, fare quelle riforme necessarie, soprattutto la legge elettorale».
È un richiamo al senso di responsabilità. «Resto sempre convinto che Prodi debba andare a casa. Sono pronto a difendere gli interessi della coalizione di centrodestra e dei singoli partiti, ma in primo luogo dobbiamo difendere gli interessi del Paese. Per questo le riforme sono necessarie». Quindi, come succede al tavolo di poker, «bisogna andare a vedere le carte».
Chiude invitando la Cdl a fare autocritica: «Se prevalgono le strane logiche degli ultimi periodi, tutti ci troveremo nella condizione di dover spiegare ai più giovani perché abbiamo fatto prevalere i piccoli interessi personali. Vogliamo dire che abbiamo sbagliato qualcosa pure noi? E vogliamo chiederci cosa significa quando sentiamo il centrosinistra parlare dell’apertura di una nuova fase politica? È troppo semplicistico dire che abbiamo fatto tutto bene e che torneremo a governare perché la gente ci ama». L’affondo finale è per il Cavaliere: «La propaganda ha le sue stagioni, ora tocca elaborare progetti. Se cade Prodi, che si fa? Non possiamo solo seguire l’umore della gente. Non confondiamo la leadership con la followship. Gli statisti guidano i popoli, non li assecondano».