Fini sfida ancora i colonnelli e lancia la «terza via» di An

Oggi la relazione: «Metterò le carte in tavola, chi non è d’accordo lo faccia altrettanto chiaramente»

Fabrizio de Feo

da Roma

È il giorno della verità per An, una chiamata decisiva per il futuro del partito. Gianfranco Fini si prepara alla prova del fuoco dando gli ultimi ritocchi, in serata dopo il Consiglio dei ministri, alla relazione che questa mattina pronuncerà dal palco dell’Ergife. «Metterò con molta chiarezza le carte in tavola, chi non è d’accordo lo faccia a sua volta e altrettanto chiaramente», ha confidato ieri.
Gli altri attori, protagonisti e comprimari, provano la parte che dovranno recitare su un palcoscenico che si annuncia infuocato. Il leader è pronto a spiegare i motivi per cui ha nuotato controcorrente sul referendum ma anche a tessere la trama del rispetto dei valori fondanti, battendo sul tasto dell’«attualità della tradizione». L’obiettivo è costruirsi un ruolo da pontiere tra passato e futuro, di «mediatore culturale» tra le varie anime della destra italiana. Fini farà un’autocritica sulla carenza di comunicazione che ha segnato il rapporto con il partito ma lancerà un invito a uscire dal riflesso condizionato di quella contrapposizione frontale tra «guelfi» e «ghibellini» che sembra tornata ad agitare la nostra vita politica. Una sorta di richiamo a una terza via, la visione di una destra cattolica ma non confessionale che appare il percorso di uscita più naturale dalla strettoia post-referendaria, la più insidiosa da quando Fini è al vertice del Msi prima e di An poi.
Sull’altro fronte le armi dei «colonnelli» sono pronte e affilate, in attesa della relazione del leader. I documenti politici, scritti da giorni, vengono aggiornati di ora in ora in base alle novità quotidiane. L’ipotesi che vengano presentati come contributo al dibattito e restino nella «fondina» è concreta. Ma nel caso in cui l’intervento di Fini non lasciasse spazio a una mediazione e non puntasse al recupero dell’unità del partito verranno estratti e si trasformeranno in una piattaforma politica alternativa su cui l’assemblea potrebbe essere chiamata ad esprimere il suo voto.
In verità nessuno punta alla prova di forza e nessuno sembra davvero intenzionato a mandare il leader in minoranza. Il segnale, lo strumento del dissenso questa volta potrebbe esprimersi attraverso l’astensione - una sorta di «penultimatum» - oppure attraverso il voto sul solo documento firmato da Gianni Alemanno e Alfredo Mantovano. Ieri le firme sulla «mozione cristiano-sociale», intitolata «La Destra ritrovata», erano arrivate a quota 122 (circa il 25-26% degli aventi diritto al voto) ma altre 10-15 firme, tra cui quelle di Francesco Storace e Cesare Cursi, potrebbero arrivare dopo la relazione di Fini. Gianni Alemanno lo ha detto a chiare lettere allo stesso presidente di An con cui ha parlato a margine del congresso Udc: «Noi chiediamo un cambio di metodo e la convocazione degli organi statutari, in particolare l’ufficio di presidenza, a cadenze fisse. Se ci darai questo e imboccherai la strada della condivisione delle decisioni, noi non andremo allo scontro».
Alemanno, parlando con Fini, ha anche ipotizzato che l’Assemblea nazionale, in caso di ritrovata unità, possa chiudersi in un solo giorno. Il ministro degli Esteri - che alcune settimane fa aveva convocato per la giornata di ieri un ufficio di presidenza poi abortito - ha ascoltato con attenzione le parole del suo ex vicepresidente ma senza sbilanciarsi sulle sue intenzioni. Sul fronte del restyling interno, Fini punta ancora alla nomina di un coordinatore organizzativo nella persona di Altero Matteoli. Sia Destra Protagonista che Destra Sociale, invece, ritengono necessario arrivare alle elezioni con una gestione collegiale. Una «svolta morbida» con cui comunicare all’esterno che l’era del potere assoluto è finita e che dal presidenzialismo di Fini si passa a un premierato neanche troppo forte. Se questa strategia non andasse in porto, la formazione di una «minoranza dialogante», se non di una vera opposizione interna, potrebbe davvero prendere corpo. E gli «alemanniani» avrebbero un anno e mezzo per preparare, questa volta a carte scoperte, la sfida finale del congresso.