Fini: An si apra alle culture Storace attacca: relativista

Il leader: se la destra discute si parla di strappi, assurdo Insorge anche Mantovano: la nostra identità è cattolica

da Roma

«La destra non è più un pianeta sconosciuto». Avrà in mente il pianeta Marte di Corrado Guzzanti, Gianfranco Fini, chiacchierando con i giornalisti alla conclusione del «Forum delle idee» di Alleanza nazionale, organizzato da Fabio Granata. E si lascia andare a una riflessione che ha il sapore della profezia imminente: «La sinistra discute di problemi culturali e fa dibattito, lo fa la destra e trovi sempre qualcuno pronto a denunciare “strappi”. Assurdo». La riunione del Forum non farà eccezione. Non a caso, all’ordine del giorno c’è un confronto su «Modello italiano tra contaminazione e identità». La bozza preparata per l’incontro, a cui partecipa una quarantina di intellettuali di tutte le aree della destra (da Fabio Terriero a Luigi Di Gregorio, da Ivo Germano ad Aldo Di Lello), ha irritato l’ala teocon di An per due affermazioni. La prima, sulla natura «meticcia» della civiltà italiana. La seconda: «Culla del cristianesimo e quindi del cattolicesimo, l’Italia è però anche erede di una antropologia intimamente politeista».
La mattinata comincia con la relazione della grecista Monica Centanni sulla matrice plurale del «modello italiano». Il «politeismo», spiega Centanni, coincide con la grande libertà culturale che nella Roma dei Papi rinascimentali genera lo splendore dell’arte italiana. Interviene Gennaro Malgieri, cda Rai: compito della destra è «costruire la città dei valori con le pietre della tolleranza, dell’apertura al sacro e della bellezza, come antidoto alle guerre di civiltà». Il punto d’arrivo è «un nuovo umanesimo conservatore». Il filosofo Peppe Nanni cita Machiavelli e ribalta i ragionamenti sull’«anomalia italiana»: «Superiamo i complessi psicologici: l’Italia s’è unificata tardi per l’eccesso di ricchezza culturale delle sue centocinquanta città». Esiste un’egemonia culturale italiana nella storia europea che stentiamo a riconoscere, prosegue Nanni. Il senso delle parole «contaminazione» e «politeismo» sarebbe spiegato, ma non basta ad Alfredo Mantovano, che denuncia «assiomi inaccettabili» come la sovrapposizione tra multietnicità e multiculturalismo. L’unico collante italiano è il cattolicesimo, prosegue Mantovano (lo dirà anche Riccardo Pedrizzi), citando pure il Sarkozy candidato all’Eliseo che va in visita al monastero di Mont-Saint-Michel. Si dissotterrano antiche divergenze intellettuali tra «tradizionalisti» e «nuova destra» degli anni Ottanta. Interviene Fini: «È vero, ma ieri Sarkozy ha fatto un discorso sulla necessità di includere nell’identità francese anche ciò che francese non è».
Il presidente di An tiene il punto. Si dichiara «allibito» per le polemiche sorte sul documento, difende «la logica dell’attenzione e dell’ascolto» del dibattito - «abituiamoci alla destra che discute, non a quella del capo che decide per tutti», dirà dopo - e sostiene che il carattere «plurale, variegato, portatore di sensibilità diverse, di storie e di culture» dell’identità italiana non è fattore di debolezza ma «motivo di orgoglio nazionale». Marcello de Angelis, direttore di Area, indica Federico II e San Francesco d’Assisi come «papà d’Italia», simboli di tolleranza e di crociate senza spargimenti di sangue (lo stesso Fini, nell’ottobre 2004, aveva fatto gran scandalo rileggendo la figura di Francesco in chiave non pacifista). Il rapporto con l’Islam in Italia? «La cittadinanza è condivisione dei valori di fondo dell’identità nazionale», spiega Fini ai cronisti. La Chiesa? «Fa bene a intervenire per difendere i valori cattolici». Non basta. Ad attenderlo ci sono le dichiarazioni sulla «deriva neopagana» di An (Carmelo Briguglio) e l’accusa di «relativismo» (Francesco Storace). Il dibattito è ricacciato nelle polemiche di corrente. A destra, forse, bisogna ancora allenarsi al pluralismo di idee.