Fini si regala l’orologio della X Mas

Il presidente della Camera nei giorni scorsi ha acquistato il "Raid",
cronografo speciale dedicato al corpo d’élite della Repubblica sociale
italiana: è costato 1.490 euro. L’anticipazione del settimanale <em>Vanity
Fair</em>

Roma - Ma chi l’ha detto che Gianfranco Fini ora c’ha la passione per il rosso? Mica vero: e siccome al cuor non si comanda, ecco il presidente della Camera tornare in versione camerata durante lo shopping natalizio. «Bello l’orologio: a noi!». E quell’aggeggio evocativo della gloriosa «Decima Mas» diventar suo. Un ritorno di Fiamma, insomma. «Nostalgia, nostalgia canaglia», cantavano Al Bano e Romina Power alla fine degli anni Ottanta. «... Che ti prende proprio quando non vuoi...», avrà canticchiato l’ex capo del Msi l’altro giorno, nel fare compere nel centro della capitale assieme alla compagna Elisabetta Tulliani e alla figlia Carolina.

L’acquisto, si racconta sul numero di Vanity Fair in edicola domani, è avvenuto nella nota e centralissima gioielleria Menichini di Roma. Titolo del servizio: «Incursione nello shopping», visto che nel negozio di piazza di Spagna 1 l’ex leader di An è rimasto letteralmente affascinato dal «Raid»: speciale orologio dedicato alla Flottiglia Marina della X Mas 1941-1945, cassa in acciaio, bracciale in caucciù, movimento automatico. Non è dato sapere se Fini, noto appassionato di immersioni, sia stato rapito più dal fatto che l’orologio è in grado di scendere fino a 200 metri sotto il livello del mare o dall’involucro dello stesso. Il «Raid» viene fornito infatti con una speciale scatola in legno con targhetta contenente il modellino del sottomarino, lo stemma della flottiglia, un cinturino di scorta, un cacciavite per la sostituzione del cinturino ma soprattutto un libretto con la storia della «Decima Mas». Quanti bei ricordi... «Quant’è?». «1.490 euro». «Perbacco...». Ma quando ci sono di mezzo cuore, radici, sentimenti... Be’... «A noi! Cioè... A me! Sì, insomma... Lo compro!». Chissà se strisciando la carta di credito ha pure gorgheggiato tra sé e sé lo storico inno: «Quando pareva vinta Roma antica, sorse l’invitta X Legione; vinse sul campo il barbaro nemico, Roma riebbe pace con onore». Qualche maligno sostiene che, uscito dalla gioielleria, girato l’angolo, si sia infilato in un negozio di dischi per acquistare l’ultimo cd dei «Neri per caso» ma di questo non si hanno conferme.

Di certo c’è che no, da Fini non vi è stato alcun cedimento a Gramsci, al «Che», a Fidel e al «Bella ciao». E a parte il fatto che di orologi con l’effigie di Croce e Gobetti non se ne vedono in giro, da che mondo è mondo al polso si portano i simboli cari, gli stemmi di affetti veri. E poi, in fondo, il polso chi lo vede più? Il braccio non è teso da un pezzo ormai e i saluti non sono più romani ma istituzionali o, al massimo, laziali. Della serie: scurdammoce ’o passato. Un passato che il vecchio amico Gasparri vorrebbe volentieri far ricordare al Gianfranco versione Camera senza «ta» finale: «A Fini regalerei il film Berretti verdi: lui racconta sempre di essere diventato di destra perché dei giovani di sinistra impedivano l’ingresso al cinema dove proiettavano la pellicola con John Wayne. Così rivedendolo avrà quell’impulso sanamente e pienamente di destra».