Fini spara sul Colle: "Napolitano? Ondivago..." E i suoi ora tremano: "Non avremo esagerato?"

Il presidente della Camera è irritato con il capo dello Stato. La colpa? Ha imposto un calendario parziale sul voto di fiducia. Tra le file di Fli cresce il malcontento: <strong><a href="/interni/e_finiani_ora_tremano_non_avremo_esagerato/18-11-2010/articolo-id=487689-page=0-comments=1" target="_blank">tanti non sono disposti ad affondare l'esecutivo</a></strong>. Per nascondere le crepe sulla sfiducia a Bondi non voteranno 

Roma - «Quello è ondivago», si sarebbe lasciato scappare il presidente della Camera Gianfranco Fini. Il riferimento è al capo dello Stato, il giorno successivo all’incontro avuto al Quirinale assieme al presidente del Senato Renato Schifani. Un summit delicatissimo, a tratti teso, il cui esito non ha certo soddisfatto il leader del Fli che, in una circostanza che oggi presumibilmente verrà smentita dallo stesso presidente della Camera, infatti ha sbottato. Contro il Colle. Fini avrebbe voluto che si mettesse in calendario prima la mozione di sfiducia alla Camera e poi quella di fiducia al Senato. Ma niente da fare. Anche grazie alle resistenze di Schifani, la road map è stata decisa: dichiarazioni del premier lunedì 13 dicembre sia a palazzo Madama che a Montecitorio e voto il giorno successivo in entrambi i rami del Parlamento. Tuttavia, si conoscerà prima l’esito del voto del Senato, dove il governo dovrebbe ottenere il via libera. Proprio quello che Fini non auspicava ma che ha dovuto ratificare obtorto collo nella conferenza dei capigruppo che gestisce la calendarizzazione dei lavori. Sperava nel contrario, il presidente della Camera: l’eventuale risultato negativo a Montecitorio avrebbe potuto fare da traino al Senato e provocare smottamenti nel Pdl.

Ma l’altro motivo che ha irritato non poco Fini è la decisa frenata da parte del capo dello Stato alla soluzione del governo tecnico. Gli ultimi segnali dal Colle paiono inequivocabili: Napolitano non si presterà ad alcun ribaltone. Certo, l’ipotesi di un altro esecutivo resta legittima e decisamente percorribile ai sensi della Costituzione. Ma con alcuni paletti che il Colle non ha intenzione di spostare più in là: si può fare ma soltanto se il Pdl - o gran parte di esso - e/o la Lega fossero d’accordo. E quindi, stando così le cose, il faro del ribaltone sarebbe ridotto al lumicino. Napolitano avrebbe infatti constatato che l’asse tra pidiellini e Carroccio è forte sulla linea «o fiducia o elezioni». Se le cose non dovessero cambiare, per il capo dello Stato sarebbe complicato benedire «un’operazione-Scalfaro»: altro elemento che ha reso Fini di pessimo umore. E poi ulteriori segnali contrastanti: l’Udc non sembra certo esultare all’ipotesi di un esecutivo-marmellata che comprenda Pd, centristi, finiani e men che meno dipietristi. Un bel dilemma che rischia di spingere sempre più Fini verso quello che considera il baratro. Ossia ciò che Berlusconi vuole: stanarlo. Obbligarlo, cioè, a prendersi la grave responsabilità di uccidere politicamente il governo in Aula, magari a costo di una rottura del neonato partito; ad andare alle elezioni necessariamente creando un terzo polo e provocando ulteriori strappi dell’anima destra-destra dei futuristi; a ridursi a leaderino di un piccolo partito falciando le sue ambizioni di capo del centrodestra.

Umore nero, quindi. Ma la situazione è fluida e da qui al D-Day, il 14 dicembre, le cose potrebbero cambiare notevolmente. In meglio o in peggio. Con un paradosso: Fini in questo momento si trova a fare il tifo per la crisi economica. Qualora infatti, visti i conti pubblici di Portogallo, Spagna e Irlanda, dovesse precipitare la situazione economica in Eurolandia, i contraccolpi si sentirebbero dappertutto e sarebbero violenti. Ed è evidente che l’incubo di un terremoto finanziario imporrebbe soluzioni anche drastiche pur di garantire la stabilità. E magari anche forzare la mano pur di non portare il Paese alle elezioni anticipate.