Fini spegne la Fiamma: "Non siamo più figli di un dio minore"

All'Assemblea nazionale di An il leader lascia la presidenza a La Russa: &quot;Ultimo anello della strategia di Fiuggi&quot;. <strong><a href="/a.pic1?ID=260842">Il nuovo reggente: &quot;Non liquiderò io il partito&quot;</a></strong>

Roma - Per celebrare l’ultimo atto della sua storia come leader di An Gianfranco Fini cambia teatro. Abbandona l’Ergife, l’hotel di tante infuocate assemblee e di tanta storia di Alleanza nazionale, e si sposta di poche centinaia di metri nella grande sala di un altro albergo romano, il Summit, sempre sulla Via Aurelia. Qualcuno suggerisce che anche in questo c’è il segno dell’apertura di una nuova epoca perché anche i luoghi, a loro modo, fanno la storia. Ma al di là del fattore ambientale, il protagonista della giornata è un uomo in carne e ossa, un leader che ha guidato il partito della destra italiana nelle sue varie metamorfosi, quasi mai indolori, e dopo diciotto anni con le mani sul timone passa il testimone, senza che la sua leadership sia logorata, intaccata o indebolita.

«Non siamo più figli di un dio minore. Abbiamo visto giusto. E abbiamo davvero vinto». È questo il «verdetto», la fotografia stampata con l’inchiostro della consapevolezza che Gianfranco Fini consegna al suo popolo nel giorno in cui incorona Ignazio La Russa come reggente, affiancato da un ufficio politico composto da Andrea Ronchi, Altero Matteoli, Donato Lamorte, Gianni Alemanno e Maurizio Gasparri. Non è facile svestirsi dell’abito politico per indossare quello istituzionale davanti alla platea con la quale si è cresciuti. E così per la sua «ultima volta», Fini parla soprattutto come il capo di una comunità, lanciando una stagione congressuale da tenersi fra l’autunno del 2008 e «l’inizio del 2009» e rivendicando quello che nessun altro post-missino era riuscito a ottenere, l’elezione alla presidenza della Camera.

«Questa carica rappresenta - rileva - la fine del dopoguerra. Ma soprattutto è venuta meno la condizione di minorità politica della destra, abbiamo superato un fossato». Una percezione rafforzata dai segnali che arrivano dalla società ma anche dal discorso di Giorgio Napolitano sulle vittime del terrorismo. Un intervento, ricorda Fini, «che merita di essere scolpito negli annali della storia della Repubblica» perché rappresenta «la dimostrazione di una semplice ed evidente verità: si onorano i nostri morti, la nostra politica diventa centrale. È la dimostrazione che abbiamo davvero vinto». Chiuso il capitolo dedicato alla definitiva legittimazione democratica della sua comunità, Fini ne apre un altro dedicato al ricordo delle sconfitte e di quella via crucis di strappi, spesso solitari ma comunque sempre funzionali alla crescita e alla modernizzazione del suo partito. Scelte coraggiose confluite nella decisione di creare con Forza Italia il Popolo della libertà. «Ci sono stati momenti in cui era lecito avere timori, dovevamo convincere e convincerci. Abbiamo sentito ironie, cattiverie, malizie, eppure abbiamo visto giusto». Poi, certo, a Berlusconi e Bossi «con serena consapevolezza dobbiamo dare atto di avere avuto lungimiranza politica e capacità di capire che era il momento». Ma la meta era già chiara da tempo, addirittura da Fiuggi: «Il Pdl è l’ultimo anello della strategia di Fiuggi. An del 1994 è la sintesi valoriale del Pdl del 2008, la volontà di essere una grande componente di popolo. Ora si cammini convintamente e sollecitamente perché si compia l’ultimo atto».

Il percorso ora, nonostante le vittorie, continua. E Fini, nel giorno dell’addio, si toglie «qualche sassolino»: «Qualche dirigente - è l’affondo - ha compreso l’importanza del Pdl solo dopo aver avuto la sicurezza di essere incluso nelle liste o al governo». L’assemblea incassa senza apparente reazione, e anzi i colonnelli che parlano dopo il leader sposano la linea di orgogliosa rivendicazione finiana. Lo fa La Russa, giurando che An nel Pdl non sarà «ospite in casa d’altri». Lo fa Altero Matteoli che tributa un omaggio al leader dicendo: «La tua più grande vittoria è stata quella di tenerci tutti insieme anche nei momenti più difficili». Lo fa Maurizio Gasparri che con una battuta invita il neo ministro della Difesa «a promuovere generali noi colonnelli» e invita An a farsi «locomotiva e non vagone aggiunto» del Pdl. Lo fa Gianni Alemanno che chiede che nel nuovo soggetto «centro e destra abbiano pari dignità», pena il «fallimento del progetto». La chiosa finale è quella di Andrea Ronchi. «Oggi raccogliamo i frutti dell’intuito politico di Fini» dice il ministro delle Politiche comunitarie. «È stato lui a comprendere per primo il percorso futuro di tutto il centrodestra ed è stato lui con la candidatura a sindaco nel ’93 ad accendere la prima scintilla del Pdl. Un’intuizione fondamentale per tutti noi che oggi siamo classe dirigente del Paese».