Fini strappa applausi agli imprenditori: riforme merito nostro

Antonio Signorini

nostro inviato a Santa Margherita Ligure (Genova)

Applausi bipartisan. O quasi. Perché anche Massimo D'Alema lo sa: «La maggioranza degli imprenditori ha una propensione per il centrodestra». E il termometro del consenso al convegno primaverile dei Giovani imprenditori conferma, segnando un apprezzamento maggiore della platea per altri due vip invitati a chiudere la due giorni di Santa Margherita Ligure: Gianfranco Fini e Roberto Maroni. Il vicepremier Ds e ministro degli Esteri riesce a scaldare gli animi dei confindustriali junior praticamente solo quando dice che forse «sarebbe il caso di smettere di addossarci le colpe gli uni con gli altri, che sembra la principale attività del Paese». E quando si dice sicuro che anche l'attuale governo durerà un'intera legislatura. Agli imprenditori la stabilità preme.
Concetti nemmeno troppo lontani da quelli espressi dal leader di Alleanza nazionale. Fini concede al centrosinistra un pieno riconoscimento del governo Prodi. Malgrado i «molti punti critici», si dice sicuro che «non ci saranno a breve rotture traumatiche» che porteranno alla sua caduta. E sostiene anche che il centrodestra «non deve cercare la spallata», ma aspettare che «il tempo faccia il suo corso». La Casa delle libertà farà il suo lavoro, che Fini sintetizza con l'espressione di «opposizione intelligente». Nel senso che «se verranno presentati provvedimenti utili all'interesse nazionale», collaborerà. Una strada obbligata per chi ha raccolto «il 49,9 per cento dei voti». Il discorso sui due poli arriva inevitabilmente alla leadership futura e qui Fini spiega: «Non mi preoccupa sapere chi tra poco sfiderà il centrosinistra. Non è una questione nominalistica, ma io credo che nel futuro non si riprodurrà lo scontro del passato. Se il bipolarismo non regredisce, e qualche rischio c’è, inevitabilmente le scelte saranno diverse». Chiusura dell’epoca Prodi-Berlusconi? Fini precisa che il suo ragionamento non implica che i due leader attuali debbano farsi da parte, perché entrambi hanno un merito: sono stati e sono ancora i collanti delle due coalizioni. Frase che comunque riapre il dibattito sul futuro della Cdl. L'applauso più lungo scatta quando Fini accusa la sinistra di voler cancellare le riforme fatte dal governo Berlusconi, lavoro, pensioni e università, e di voler bloccare la costruzione di grandi opere. «Se oggi si dice che c'è una possibilità concreta di ripresa lo si deve anche a quelle riforme strutturali. Siamo tutti interessati alla ripresa, ma non credo che demolire o attenuare gli effetti di alcune importanti riforme strutturali, come quella previdenziale, del mercato del lavoro e la riforma dell'Università possa portare allo sviluppo». Senza le infrastrutture e senza quelle riforme, l'Italia sarebbe «una palude». L’esecutivo Prodi, è l'auspicio di Fini «non si limiti ad annullare quello che ha fatto di positivo il precedente governo». Consensi anche quando osserva la contraddizione tra la volontà di tagliare i costi e un governo che ha «battuto il record mondiale di incarichi», con 102 tra ministri e sottosegretari.
Al ministro degli Esteri, invece, non riesce l'affondo contro il passato governo nemmeno quando accusa Silvio Berlusconi di non aver mai fatto un viaggio per promuovere l'Italia in Asia nel corso dei suoi anni da premier. Funzionano meglio, tra i giovani industriali, gli appelli alle riforme e alla stabilità. E preoccupa lo scenario evocato da Fini a proposito dell'esecutivo di centrosinistra, costretto ad «andare avanti a zig-zag». Il governo Prodi non cadrà subito, ma certo «se Rifondazione, a 20 giorni dalla nomina del governo, chiede una verifica, è chiaro che problemi ci sono». Troppa distanza, osserva, tra un ministro come Tommaso Padoa-Shioppa e Alfonso Pecoraro Scanio. Il primo «parla la lingua dell'onestà intellettuale», mentre il secondo «parla e non aggiungo aggettivi».
Le distanze maggiori tra D'Alema e Fini si manifestano proprio sulle riforme istituzionali. Fini vede come unica strada un sì al referendum confermativo della devoluzione e, subito dopo, «l'avvio di un confronto tra maggioranza e opposizione». Il ministro degli Esteri prima cerca di non entrare nel merito, sostenendo che il vero federalismo sarà quello fiscale poi, però, invita polemicamente gli industriali a «studiare la riforma per scoprire quanto costa alle imprese». Un'idea di cosa potrebbe uscire, assicura il vicepremier, «io ce l'ho».