Fini strizza l’occhio alle toghe «Mai i pm sotto l’esecutivo»

RomaInutile girarci attorno: c’è di nuovo maretta nel Pdl. E l’ideale onda che parte da Francoforte, dove Gianfranco Fini fissa di nuovo i paletti su riforme e giustizia, s’abbatte sulla capitale. In cui il Cavaliere, che di lì a poco, a ora di pranzo, stringerà la mano a Massimo D’Alema (questa è un’altra storia), fa fatica a non sbottare apertamente. La nuova querelle si gioca sul potere di controllo sui pubblici ministeri. E se sulla «separazione delle carriere dei magistrati» anche il presidente della Camera ribadisce il via libera, è la seconda parte del suo discorso in Germania ad aprire il fronte polemico. Ovvero, il pm non può essere «sottoposto» ad altri poteri «se non a quello dell’ordine giudiziario».
Il punto sta tutto qui. In realtà, spiega Silvio Berlusconi ai suoi, nessuno ha mai parlato di quest’ipotesi. Sì, è vero, lo stesso premier aveva ricordato domenica scorsa, a Benevento, che in Francia e in Inghilterra i pm dipendono dall’esecutivo, ma da qui a dire che si debba inserire questo passaggio nella riforma complessiva della Carta, ce ne passa. «Mi pare che Fini sia andato totalmente fuori tema: non parli di questioni che non sono state per nulla definite», commenta non a caso il deputato Giorgio Stracquadanio. I coordinatori del partito (Sandro Bondi, Ignazio La Russa e Denis Verdini) sgombrano il campo da «ogni ipotesi di sottoposizione del pm all’esecutivo, mai prevista dal programma di governo del Pdl». Ancora più dura la presa di posizione della Consulta giustizia, presieduta da Niccolò Ghedini: «Notizie frutto di una totale invenzione, nel tentativo di creare una strumentale polemica».
Ma non è finita qui. Perché pure sull’auspicio di Fini che le riforme istituzionali si facciano con «larghe intese ed ampia maggioranza», indispensabili per «evitare» un referendum confermativo, non mancano i distinguo. A metterli in piazza è Osvaldo Napoli, vicepresidente dei deputati Pdl. «La larga maggioranza non può diventare conditio sine qua non». E poi, «vorrei conoscere il suo pensiero politico nelle sedi di partito e non nelle sue vesti di presidente della Camera». Senza contare che «il referendum è semmai un obiettivo da conseguire». A questo punto - è il ragionamento che circola vicino al premier - è ora di cambiare marcia e portare la questione all’interno del partito. Per evitare di rimanere imbrigliati dai veti di pochi e andare alla conta: così, chi è in minoranza, si dovrà adeguare alle scelte della maggioranza. Insomma, tanta carne al fuoco. Senza contare che Berlusconi non ha certo preso bene l’analisi di Fini sull’immagine dell’Italia all’estero. Che non dipende solo da ciò che scrivono i giornali stranieri, ma anche «dal comportamento di tutti, istituzioni comprese».
Tutti argomenti che finiscono nel menù della cena con Umberto Bossi, Giulio Tremonti e Roberto Calderoli, a palazzo Grazioli. In un confronto che ha all’ordine del giorno la partita delle Regionali, con occhio di riguardo al Veneto (poco prima il premier aveva ricevuto il governatore Giancarlo Galan) e la riforma della giustizia. L’incontro di palazzo Grazioli è convocato proprio per fare il punto sui passi da compiere: e l’intenzione è di procedere senza esitazioni, accelerare sia sulle intercettazioni sia sulla separazione delle carriere. Anche con la sponda di Bossi. Ma il vero vis-à-vis della giornata è quello con D’Alema, nel giardino di Villa Madama, al termine della presentazione dei piani di sviluppo degli hub aeroportuali di Roma e Milano. È Gianni Letta, manco a dirlo, l’artefice del breve incontro ravvicinato, che porta per mano - raccontano - l’esponente del Pd dinanzi a un Cavaliere davvero sorpreso. Ma il clima diventa presto conviviale: stretta di mano, sorrisi, ma anche scambio di battute significative. «Sono qui perché sulle questioni importanti per il Paese, che mi stanno a cuore, ci sono sempre», attacca D’Alema. «Sono felice quando si riesce a lavorare insieme, nell’interesse dell’Italia, e spero ci siano spesso occasioni come queste», replica Berlusconi. Due, tre minuti. Poi le strade si separano di nuovo.