Fini sul caso Montecarlo si affida agli "amici" giudici

Per la seconda volta il presidente della Camera non si presenta
all’incontro per la soluzione extragiudiziale della vertenza. Così ora
tutto passa al tribunale

Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica

Roma - Fini e la casa di Montecarlo verso il processo civile. Archiviata lo scorso autunno l’indagine penale con l’invito a sbrigarsela in sede civile, il presunto «danno» inflitto dall’ex presidente di Alleanza nazionale ai proprio iscritti con la svendita dell’appartamento donato al partito dalla contessa Colleoni verrà dunque dibattuto in un’aula di tribunale, e non trattato per via stragiudiziale.
Anche ieri, infatti, in occasione dell’incontro al consiglio dell’ordine forense di Roma per il procedimento di mediazione sull’affaire monegasco, il presidente della Camera ha preferito non presentarsi. Era già andata così ad aprile, ma l’organismo di mediazione aveva rinnovato l’invito, nel dubbio che il leader di Fli non avesse ricevuto la notifica. Stavolta il dubbio non c’è. Nel carteggio della mancata conciliazione, infatti, fa bella mostra di sé una missiva firmata da Fini, con la quale il «cognato» di Giancarlo Tulliani (attuale inquilino della casa nel Principato oggetto del contendere, come affittuario di una società offshore, la Timara, che il governo di Saint Lucia indicava come riferibile allo stesso fratello della compagna di Fini) declinava l’invito alla mediazione e, in aggiunta, precisava di ritenere che la questione non rientrasse «in alcuna delle materie che, ai sensi dell’articolo 5 comma 1, d.lgs 28-04/03/2010, prevedono il ricorso obbligatorio alla mediazione». Strano distinguo, peraltro contestato dall’avvocato Marco Di Andrea, che insieme a Roberto Buonasorte è controparte di Fini nel procedimento per conto della Destra di Storace.
Per Di Andrea, infatti, non solo la normativa citata dal presidente della Camera prevede la mediazione anche per i diritti reali, e dunque per la querelle monegasca, ma a confermare che l’istituto è applicabile al caso di specie è, implicitamente, lo stesso invito spedito a Fini dall’organismo di mediazione forense di Roma. Che, se non avesse ritenuto di poter procedere, non avrebbe convocato la riunione.
Fini, dunque, preferisce portare la vicenda della svendita dell’appartamento di boulevard Princesse Charlotte direttamente davanti ai giudici. L’ennesimo attestato di stima, e fiducia, nei confronti di quella magistratura con cui negli ultimi mesi Fli e il suo leader sembrano quasi flirtare. In fondo, anche gli attestati di fiducia nei confronti dei pm che indagavano su di lui la scorsa estate per la stessa vicenda si sono per Fini dimostrati più che fondati. Nonostante la procura di Roma avesse più volte ribadito pubblicamente l’importanza di accertare la vendita sottocosto dell’immobile ai fini dell’individuazione di responsabilità penali, quando la cessione a un prezzo risibile è stata conclamata dalle autorità del Principato, l’inchiesta è ugualmente finita con una sorprendente archiviazione.
Tornando alla mancata conciliazione, il bello è che la normativa che istituisce le mediazioni, mirata ad alleggerire le pendenze dei tribunali civili e a snellire i tempi della giustizia italiana, è stata approvata come decreto legislativo dal governo su delega del Parlamento di cui Fini rappresenta uno dei vertici. Curiosamente, però, e nonostante la convocazione dell’ordine forense, il primo inquilino di Montecitorio ha scartato questa possibilità di non gravare a sua volta sui processi pendenti in sede civile.
Se ieri si fosse presentato, raccogliendo l’invito dell’ordine degli avvocati e della controparte, Fini avrebbe saputo le richieste dei rappresentanti della Destra per il suo comportamento nella vicenda della casa di Montecarlo. Di Andrea e Buonasorte non vogliono risarcimenti se non simbolici. Ma avrebbero proposto a Fini di versare la differenza tra i 300mila euro a cui la casa è stata venduta a società offshore (che come già detto sarebbero riconducibili allo stesso Tulliani) e il valore di mercato di quella casa, emerso nel corso delle indagini della procura come superiore a 800mila euro. Mezzo milione, dunque, che i rappresentanti del partito di Storace avrebbero voluto destinare a un fondo, acceso in favore dei parenti dei 27 militanti del Msi uccisi negli anni di piombo, da Mikis Mantakas ai martiri di Acca Larentia, dai fratelli Mattei a Sergio Ramelli.
Meno di ventimila euro a testa, per onorare il vincolo che la contessa di Monterotondo Anna Maria Colleoni, da sempre simpatizzante prima del Movimento sociale e poi di Alleanza nazionale, aveva suggellato nel testamento, lasciando tutto a Fini e ad An, sì, ma «per la buona battaglia».