Il Fini "super partes" fa campagna elettorale e cerca voti in tutta Italia

<span class="abody">Nei sacri palazzi della Repubbli­ca c'è uno che fa
l’arbitro quando non ha voglia di giocare. Non per stan­chezza, ma per
interesse</span><span class="abody"> </span>

Nei sacri palazzi della Repubblica si aggira l’erede di un vecchio commediante. È il Tartufo istituzionale. Tartufo come il personaggio di Molière. Sono quelli che con un fare cerimonioso tirano sempre in ballo il dovere, lo Stato, il senso di responsabilità, le austere forme della rappresentanza, la carica, il ruolo, quello stare per consuetudine al di sopra delle parti. Quando assumono questa posa da patrigni della patria li vedi socchiudere gli occhi e corrugare la fronte con aria preoccupata. Tartufo è la maschera della devozione e dell’ipocrisia. Il suo erede è appunto uno che parla di Costituzioni e doveri solo quando gli fa comodo, quando conviene. È uno che fa l’arbitro quando non ha voglia di giocare. Non per stanchezza, ma per interesse.

Il Tartufo istituzionale è un tipo ideale. Non esiste in natura. Ma tanti si avvicinano alla sua maschera. Uno di questi è Gianfranco Fini. Attenzione. Non per la sua scelta di lasciare Berlusconi, ma per il modo con cui si è fatto scudo delle istituzioni. Le usa sempre come una scusa. Ed è un mezzo anche questo per svilirle.
Tanti sono sorpresi dalla foga elettorale del presidente della Camera. In questi giorni in attesa del voto lo trovi ovunque: Trieste, Torino, Olbia, Napoli, Caserta, Perugia, Bari, Rutigliano, Bologna. Quasi sempre con il suo libro sotto il braccio L’Italia che vorrei, tanto che ormai si è capito che utilizza la sua avventura editoriale come forma di copertura: non faccio comizi, ma promozione culturale. Il risultato è che ovunque si voti lui è lì a fare il testimone del Fli. Non ha nessun imbarazzo a mostrarsi come capo partito. Non c’è nulla di scandaloso, sia chiaro. Tranne l’incoerenza.

Questo Fini è infatti lo stesso Fini che un anno fa, quando c’era da faticare per le elezioni regionali, e dopo aver imposto la Polverini come papabile governatore del Lazio, non si fece vedere in una piazza neppure per sbaglio. Allora diceva che lui era un essere super partes: «Il presidente della Camera non partecipa mai, in campagna elettorale, a manifestazioni organizzate dai partiti». Ecco un uomo con la schiena dritta, un servitore dello Stato, uno che non si sporca le mani con la bassa manovalanza della politica, un politico tutto di un pezzo. Peccato che un anno dopo tutto questo senso del dovere e del ruolo sia stato sbugiardato dal giro d’Italia dell’onorevole Fini, presidente della Camera come «dopolavoro». Ecco questo è un tipico atteggiamento da Tartufo istituzionale. Ricordarsi del ruolo solo quando torna utile. È chiaro che allora Fini non voleva fare campagna elettorale per un partito, il Pdl, che aveva già da tempo deciso di abbandonare. Stava solo aspettando il momento giusto per dire: «Che fai mi cacci?».

Se il progetto politico dei finiani non è mai decollato è anche per questo atteggiamento tartufesco. Gli italiani intuiscono che le parole, i valori, le battaglie dell’ex leader di An non sono mai del tutto sincere. C’è sempre quel retrogusto di cinismo, un mascheramento, un odore di falso, ipocrita, mistificante. Non sanno dire neppure loro perché: ma non si fidano. Questa storia di voler recitare due parti in commedia, presidente della Camera e capo del Fli, alla fine ha deluso persino chi lo vedeva come un’alternativa alla destra berlusconiana. Il guaio è che un’altra destra non può nascere con Tartufo. Il Tartufo di Molière sembra ancora giovane. È a modo. Sa parlare. Conosce il mondo. Si arrangia a scovare dentro di sé un certo fascino. Ma alla fine convince solo i troppo buoni e quelli come lui. Julien Sorel infatti si rivede in lui, in Tartufo. Ma è appunto il protagonista de Il rosso e il nero. E il titolo del romanzo di Stendhal non è scelto a caso.