Fini: «Una svolta incomprensibile pochi 5 anni per la cittadinanza»

Il leader di An a Padova nel ghetto delle lotte tra nigeriani e maghrebini: «Agli extracomunitari non solo diritti, il buonismo scatena la xenofobia»

Stefano Filippi

nostro inviato a Padova

Piove, e la passeggiata di Gianfranco Fini nella terra di nessuno di via Anelli è breve. Un quarto d’ora verso mezzogiorno per guardare in faccia lo squallore delle sei palazzine dove regna la criminalità di colore e commentare: «Molto peggio di quello che pensavo». Nei cortili del complesso Serenissima non circola nessuno, un silenzio irreale avvolge i vetri infranti, le tapparelle sfondate, i cassonetti scoperchiati, i muri cadenti coperti di parabole, gli indumenti abbandonati sotto la pioggia. La sera prima altri scontri - dopo quelli del 26 luglio - sono stati evitati dalle forze dell'ordine, che hanno disperso una quindicina di maghrebini diretti in via Anelli per una spedizione punitiva armati di asce e coltelli. Camminavano in mezzo alla strada, sono scappati quando hanno visto i lampeggianti blu. Una tregua nella guerra tra bande di africani per controllare il mercato della droga.
Il presidente di An stringe mani tra qualche applauso. «Da cinque giorni riesco a dormire con le finestre aperte - dice una signora, tra i pochissimi italiani che ancora abitano in via Anelli - e non perché ha rinfrescato, ma per merito della polizia presente giorno e notte». Alcuni nigeriani inalberano cartelli contro la legge Bossi-Fini e urlano parole incomprensibili. Osserverà poi l'ex ministro degli Esteri: «Mi ha colpito l'ostentazione di non voler parlare in italiano. Rifiutano ogni integrazione».
Una sosta di qualche minuto nel luogo di culto islamico assalito il 26 luglio. È venerdì, giorno della preghiera comunitaria, si fa incontro a Fini l'imam Abdelrahman Talibi che ripete: «Noi vogliamo pace». I parlamentari veneti di An raccontano la storia del degrado e mostrano i manifesti appena appesi: una foto scattata in via Anelli due anni fa, il sindaco ds Flavio Zanonato durante un comizio elettorale con al collo il cartello «Siamo tutti marocchini bianchi».
Ai giornalisti Fini parla più tardi, difendendo la legge sull'immigrazione che porta il suo nome e mettendo in guardia il governo. «Sui tempi più brevi per concedere la cittadinanza agli stranieri sono pronto a confrontarmi serenamente appena il provvedimento sarà noto», dice. Nel pomeriggio, in un dibattito a Cortina, è più preciso: «Cinque anni sono oggettivamente pochi. Passare dai dieci anni attuali a una cittadinanza pressoché automatica dopo cinque mi sembra un salto non facilmente comprensibile. Sarebbe opportuno discutere in Parlamento un tempo intermedio sui sette-otto anni».
Il leader di An è scettico. «Non illudiamoci che una cittadinanza più facile garantisca l'integrazione, non vorrei che qualcuno nella maggioranza facesse confusione. I casseur delle periferie di Parigi sono tutti cittadini francesi, figli di ex immigrati, non sono sbarcati pochi mesi fa. Quelli che hanno messo le bombe nel metrò di Londra, fanatici musulmani, avevano in tasca il passaporto britannico».
«La legge in vigore - aggiunge Fini - è basata su un pilastro: permesso di soggiorno soltanto a chi ha un contratto di lavoro. Chi pensa di spalancare le frontiere anche a chi soltanto cerca impiego, o di reintrodurre figure fallite come quella del tutor, si assume responsabilità gravissime perché la mancanza di lavoro può spingere verso la criminalità. Il buonismo di chi vuole aprire le porte a tutti o abolire i centri di permanenza è devastante sulle politiche dell'immigrazione. Ho sentito perfino un ministro proporre di pagare il traghetto ai clandestini per evitare le traversate sulle carrette del mare: una bestialità. Far entrare in Italia più stranieri di quelli che riusciamo a integrare significa moltiplicare fenomeni come quello di via Anelli, o scatenare la xenofobia. Chi non lo capisce è in malafede oppure prigioniero di una utopia ideologica».
Fini attacca la sinistra «che parla soltanto di diritti e non di doveri: non c'è integrazione possibile per chi viene in Italia e non accetta di integrarsi. Integrarsi vuol dire parlare la nostra lingua, rispettare le nostre leggi, contribuire all'azione delle forze di polizia nell'individuare i criminali. E la stessa durezza da usare contro i mercanti di esseri umani va anche impiegata nei confronti di qualche padovano doc che non si vergogna ad affittare a 300 euro un posto letto in queste palazzine, che dovrebbero essere abbattute come deciso dalla Regione e dalla precedente giunta di centrodestra. Il razzismo è una brutta bestia. Non è che l'immigrato è sempre un delinquente e il padovano sempre un galantuomo. Se potessi dire tutto quello che penso di questi speculatori, non basterebbe tutto il vocabolario del turpiloquio».