Fini: «Teheran è la madre di tutti i pericoli»

Il leader di An a Gerusalemme: «Israele si aspetta dall’Europa scelte chiare. Non credo a un patto tra D’Alema e la Siria»

da Gerusalemme

Sullo sfondo dello Stato d’Israele investito dal terremoto della nuova situazione a Gaza, mentre Olmert si incontra a Washington con Bush alla ricerca di qualche prospettiva per una situazione impossibile, Gianfranco Fini in visita a Gerusalemme non si tira indietro: «Ho incontrato sia il ministro degli Esteri Tzipi Livni sia il capo dell’opposizione Benjamin Netanyahu. C’è un punto importante su cui i due convergono e io sono d’accordo con loro. Ciò che è accaduto in questi giorni a Gaza con la vittoria di Hamas non è un problema che riguarda solo Israele. Se si vuole trovare la chiave di volta del pericolo di questo integralismo così aggressivo, non la si deve cercare in Cisgiordania, ma bisogna con lucidità spingere lo sguardo fino a Teheran. Le fila della destabilizzazione sono nelle mani dell’Iran, e questo richiede un’attenzione particolare da parte della comunità internazionale». Insomma, sia da Netanyahu sia dalla Livni, Fini ha raccolto un messaggio che da tempo viene lanciato da Israele verso l’Unione Europea. Fini la traduce in una sua aperta convinzione personale: «L’Italia è con la Germania il partner economico europeo più importante per l’Iran: dobbiamo sentirci impegnati a esercitare forti pressioni anche se può costarci dei sacrifici. Putroppo non ho molti segnali dal governo. Ma è urgente che l’Iran avverta una decisa pressione internazionale. Perché altrimenti manca davvero poco, forse 18 mesi appena, secondo gli esperti, perché la bomba atomica sia confezionata e pronta nelle mani di qualcuno che ripete continuamente la sua intenzione di distruggere Israele. E in secondo luogo per frenare l’attività iraniana sullo scenario dell’integralismo islamico rampante».
Fini, poi, sceglie una linea di cauta e persino scettica speranza nell’immaginare che Abu Mazen sia la persona destinata a riportare il rapporto con i palestinesi alla normalità, ma vuole sperare insieme al resto del mondo che questo sia possibile: «Io penso che l’Europa e l’Italia debbano aiutare la Cisgiordania di Abu Mazen pretendendo delle precise contropartite in termini di affidabilità economica e di impegno per la pace». Fini ha anche piantato una foresta in memoria di un suo caro amico medico, Alberto Clivati, che fu il primo uomo di destra a visitare il museo dell’Olocausto, Yad Vashem, e aprì alla sua parte politica una complessa strada di amicizia con Israele. «Insieme a Straw sono stato il solo a precisare che non di “muro” si deve parlare, ma di barriera di difesa e sono stato fra coloro che ha lavorato perché Hamas fosse inserito nella lista europea dei gruppi terroristi». Insomma, un incontro avvenuto in un’intesa completa? «Ho solo voluto tuttavia precisare che secondo me la notizia uscita su Ha’aretz su D’Alema, che a sentire il giornale israeliano ha barattato la buona salute dei nostri soldati nell’Unifil con un consistente appoggio internazionale ad Assad, non risponde a realtà. Ho conosciuto Assad, immagino che, visto l’ostracismo americano e internazionale, possa aver chiesto aiuto a D’Alema e che D’Alema possa avere suggerito che l’aiuto verrà quando Assad garantirà la fine dei rifornimenti ai Hezbollah e il luogo a procedere per il tribunale sull’assassinio di Rafik Hariri. Non ce lo vedo D’Alema ad agire diversamente».