Fini in Turchia: «Il terrorismo cancro da combattere insieme»

Il capo della Farnesina al collega Gül: «Qualsiasi equazione tra violenza dei kamikaze e Islam è un'equazione folle che non corrisponde a verità»

Luca Telese

nostro inviato a Ankara

Che non ci sia posto migliore per capire il punto esatto di cerniera fra i due mondi, fra Oriente e Occidente, dopo gli attentati di Londra, lo capisci appena atterri ad Ankara e, nel breve tragitto dall’aeroporto al centro, incontri una moschea ogni cento metri, ma anche sinagoghe e chiese di altre confessioni. Per capire che la frontiera passa qui basterebbe ricordare che l’attuale presidente del consiglio, Recep Tayyip Erdogan era stato condannato per aver letto un verso compromettente: «I minareti sono le nostre baionette». E l’Akp di Erdogan, il cosiddetto «partito bianco», è il simbolo di tutte le anime che convivono in questo Paese, il desiderio di entrare nell’Unione europea, l’apertura all’Occidente, la tradizione della Repubblica laica fondata da Atatürk, ma anche la forza e la pressione dell’Islam radicale.
Non è un caso dunque che in questo Paese Gianfranco Fini compia la sua visita più importante dopo l’attentato di Londra e che qui di fianco al ministro degli Esteri, Abdullah Gül (anche lui fa parte del Akp, anche lui è un leader islamico di governo) dica: «Il terrorismo è un cancro contro cui nessun Paese può pensare di vincere da solo e la Turchia è una grande democrazia con forti istituzioni islamiche, qualsiasi equazione terrorismo uguale Islam è folle, e non risponde alla verità. Non è un caso che Istanbul sia stata colpita da alcuni dei primi attentati terroristici e che i primi obiettivi siano state proprio le sinagoghe, simbolo di una convivenza interreligiosa».
È un Fini in forma smagliante: vestito grigio, cravatta azzurra, abbronzatura impressionante, grandissima nonchalance e familiarità nei rapporti con i diplomatici turchi. Quando parla la sua lingua rifugge qualsiasi rischio diplomatico, ma allo stesso tempo il vicepremier trova il modo di scherzare, e dopo la terza domanda di un collega turco scherza, suscitando una risata collettiva: «Bisogna far lavorare anche Gül, non posso fare tutto io...».
Eppure, che passa da qui la frontiera, lo capisci anche nel chiuso di quel cortile, anche nello spazio di pochi minuti, ad esempio quando i giornalisti turchi chiedono a Fini se le misure antiterrorismo avvengano «senza permessi» e se violino i diritti della comunità islamica. E la risposta di Fini è un piccolo capolavoro di equilibrio, tono rassicurante, nessuna perifrasi: «È la comunità islamica che collabora con la polizia italiana per evitare il rischio di attentati». Poi, una pausa, un’occhiata all’interprete, un’altra ai visi dei giornalisti: «La polizia ha il diritto e il dovere di verificare le posizioni di pochi elementi estremisti». Per lui non è finita, c’è anche la domanda «trabocchetto»: ma cosa pensa l’Italia del Pkk, dopo aver ospitato Ocalan? E qui il ministro degli Esteri, riesce a tenersi in un equilibrio impeccabile, fra la rivendicazione della discontinuità rispetto al governo D’Alema e il bisogno di difendere l’immagine del Paese.
Sentite: «Vedete, come tutti i governi dal dopoguerra a oggi, noi non abbiamo nessuna accondiscendenza per il terrorismo, nessuna accondiscendenza per il Pkk. E questo... Non si poteva dire per il governo in carica allora». Insomma, nel taccuino della giornata ti restano le ragioni che spiegano la necessità di questo dialogo: «L’Italia è il secondo partner della Turchia - spiega Fini -, seconda solo alla Germania». L’interscambio è di 12 miliardi di dollari e le nostre imprese stanno investendo a più non posso nella telefonia, nel settore bancario, nelle telecomunicazioni. Noi abbiamo bisogno di loro, loro hanno bisogno di noi, ed è per questo che Gül ringrazia Fini per l’impegno del governo Berlusconi a favore dell’ingresso nell’Unione. E quando gli italiani chiedono al ministro degli Esteri turco se aboliranno il divieto del velo nelle istituzioni imposto da Atatürk come testimonianza simbolica della laicità dello Stato, Gül cammina sulle uova: «Era un patto elettorale che vogliamo rispettare, ma lo faremo solo con il consenso di tutti dopo un ampio dibattito».