Fini: è vero i parlamentari lavorano poco

da Milano

Una strigliata ai parlamentari che lavorano troppo poco. Il richiamo all’ordine di Gianfranco Fini piace alla platea che assiste al dibattito della Festa della libertà, come l’invito a «premere sull’acceleratore del Pdl». Arriva anche la richiesta di dotare il Pdl di uno statuto pesante («perché i partiti hanno bisogno di regole e congressi»), la proposta di usare una «rosa di nomi» per sbloccare la nomina del giudice costituzionale e del presidente della commissione di vigilanza Rai che paralizzano il Parlamento. E poi l’urgenza di riforme istituzionali con Massimo D’Alema e la sinistra che il presidente della Camera sbandiera come una necessità («altrimenti sarà un’altra legislatura sprecata»). Per caldeggiarle la butta sul ridere: «Se dialoghiamo subito si grida “vergogna, inciucio”, se ci scontriamo protestano “basta con le barricate”».
Fini, intervistato da Paolo Mieli, si avvale anche della facoltà di non rispondere. «Ho due bonus» scherza. Il primo lo gioca per non offendere Walter Veltroni, cosa che mal si concilierebbe con il ruolo super partes della terza carica dello Stato. «È veramente il leader del centrosinistra?» la domanda imbarazzante che cade in un vuoto più eloquente di qualsiasi perifrasi. Il secondo silenzio riguarda Pier Ferdinando Casini e la possibilità che l’Udc arrivi in zona Pdl. Fini tace e ride («secondo bonus») ma questa volta entra in gioco il pubblico, che comincia a fischiare e buuare al solo nome di Casini.
Parla a ruota libera, invece, su Montecitorio. Anzi, varca anche il portone di Palazzo Madama: «È impensabile che un deputato o un senatore pensino di lavorare dal martedì al giovedì e basta, con qualche seduta serale che noi chiamiamo pomposamente notturna. Bisogna lavorare dal lunedì al venerdì sera e eventualmente anche al sabato mattina. Onori e oneri. Bisogna lavorare di più, nel rispetto dei regolamenti». Spiega il presidente della Camera che con quest’andazzo è difficile convocare le commissioni che non possono riunirsi in contemporanea con l’aula: «Eppure il parlamentare si forma in commissione... ». Ancora un ammonimento a deputati e senatori, questa volta perché ascoltino il richiamo del capo dello Stato e si affrettino a scegliere il giudice della Corte costituzionale e il presidente della commissione di vigilanza Rai: «È un dovere del Parlamento, la maggioranza non può continuare a disertare».
Sveste i panni da presidente della Camera per mettersi a parlare di Pdl e delle difficoltà di fondere An e Fi senza mettere in crisi i due partiti: «Il Pdl esiste già nella società italiana, ho incontrato tanti elettori che mi hanno detto: “meno male, mi era difficile scegliere se votare Forza Italia o Alleanza nazionale”». Le gelosie su chi sarà il segretario provinciale sono vicende piccole rispetto all’importanza del progetto e «al compito che ci hanno affidato gli elettori».
Si vola anche oltreconfine e sul ponte della crisi finanziaria («la politica deve dare regole al mercato») si arriva alle elezioni americane. L’ex presidente di An non si sbilancia: «Obama o McCain poco importa, l’importante è che ci sia l’Europa e si faccia sentire...».