Fini: il voto tedesco prova che non c’è la legge perfetta

Gianni Pennacchi

nostro inviato a New York

Se non è un requiem definitivo sul ritorno al proporzionale, quello che Gianfranco Fini intona all’ombra del Palazzo di Vetro, poco ci manca. Di certo la pietra tombale è pesante, scolpita in Germania, pur se il leader di An non infierisce sugli amici Pier e Marco (Casini e Follini, per evitare equivoci), e sembra non voler sbarrare la porta a possibilità di riformare la legge elettorale. Quasi a concedere uno spiraglio, rimbecca l’opposizione affermando anch’egli, come fan da tempo Casini e Silvio Berlusconi, che lo strumento elettorale si modifica proprio sul finire della legislatura: farlo all’inizio, significherebbe «delegittimarla e lavorare per l’instabilità». Ma per il resto, visti i risultati di governabilità prodotti dal modello tedesco, tanto caro all’Udc?
Il nostro ministro degli Esteri è qui per la 60ª Assemblea generale delle Nazioni Unite da venerdì, ha un calendario di impegni stakanovista, e per rispetto dei ruoli si è sempre rifiutato di parlare di faccende politiche domestiche. La notte di domenica però, qui era ancora pomeriggio, alle notizie pur non ancora definitive che rimbalzavano dalle urne tedesche, Fini non s’è tenuto e nell’atrio dell’albergo s’è concesso ai giornalisti, spiegando che per un commento più articolato bisognava attendere i risultati finali (Schröder e la Merkel apparivano in parità), ma già si poteva fare «una considerazione, che riguarda anche la realtà italiana: le leggi elettorali devono garantire maggioranze certe e stabilità degli esecutivi». Lo ha detto con un sorriso soddisfatto, quasi avesse davanti a sé proprio gli amici Pier e Marco.
Ieri mattina molto presto poi, prima di rituffarsi nel turbine dei colloqui e delle riunioni dedicandosi al nuovo impegno che l’Italia ha assunto per il Libano, il vicepremier è tornato volentieri sull’argomento, sviluppando e arricchendo la «condanna» dei teutonici e puri proporzionalisti: «Dal voto tedesco risulta ancora più evidente che non esiste una legge elettorale perfetta, che garantisca sempre e comunque la certezza di avere un governo scelto nelle urne dagli elettori». Già, o credete che gli elettori tedeschi abbiano votato per la Grosse Koalition?
Fini prosegue implacabile: «Per anni si era detto che questo era possibile col cosidetto cancellierato alla tedesca: oggi, il fatto che vi siano in Germania almeno cinque partiti che superano la soglia di sbarramento del 5%, rende di fatto anche quel sistema a rischio di instabilità». Chiaro il messaggio, per chi trova eccessivo anche il nostrano sbarramento al 4%, e sbandiera il proporzionale tedesco che non ha nemmeno un congruo premio di maggioranza per tenere unite le coalizioni? La lezione del leader di An prosegue pacata: «Dal voto tedesco viene la conferma della necessità di valutare sempre l’impatto delle leggi elettorali su quelli che sono i sistemi politici nazionali». Come dire: se da noi c’è ormai il bipolarismo, abbandonare il sistema maggioritario sarebbe un inutile ritorno al passato.
Sbatter di porte in faccia dunque, chiuso e archiviato il dibattito sulla riforma della legge elettorale? No, anzi. Fini non vuol stravincere, a una qualche riforma è favorevole, aggiustare e migliorare l’attuale Mattarellum si potrebbe ancora e sempre fare. Possibilmente coinvolgendo l’opposizione, perché sulle regole comuni il dialogo è doveroso, e occorre dunque «la disponibilità dell’opposizione a parlarne». Però, prima ancora, «è indispensabile che nella maggioranza ci sia una piena intesa». Ma se nell’ultimo vertice della Cdl avete litigato di brutto? Fini nega, precisa che anzi «di questo si sta discutendo». Non tutto è perduto e non è vero nemmeno che sia troppo tardi, concede ancora il titolare della Farnesina, perché «a differenza di quanto sostiene la sinistra, non credo che cambiare la legge elettorale sul finire della legislatura sia un attentato alla democrazia». Anzi, «le leggi elettorali si cambiano sempre al termine della legislatura. Se si cambiassero all’inizio, si delegittimerebbe la legislatura appena formata, e in qualche modo si finirebbe col lavorare contro la stabilità».
Lo aveva già detto domenica: quello che usciva dalle urne tedesche è «un quadro politico incerto», con una «instabilità che sicuramente non aiuta». Fini non è rimasto affatto sorpreso della risicata vittoria di Angela Merkel: «In qualche modo me lo aspettavo: mai, fidarsi ciecamente dei sondaggi. Le elezioni rappresentano sempre un’incognita, bisogna impegnarsi fino all’ultimo minuto». E per tornare a casa nostra, che sia chiaro: la legge elettorale deve portare a «coalizioni definite prima del voto», e deve prevedere «accorgimenti tali da formare maggioranze certe e stabili».