Fini vuole un’altra spallata a Prodi «Dai Comuni un voto politico»

Comizi in Lombardia: «Per il centrodestra meglio la federazione di un soggetto unico»

nostro inviato a Monza

«Non c’è dubbio che il grado di credibilità e di fiducia oggi è debole anche in parte di quegli elettori che hanno voluto Prodi a Palazzo Chigi. Non vedo un solo elettore, il quale ha votato il centrodestra un anno fa, che oggi voti il centrosinistra. Ci sono invece tanti elettori di centrosinistra che o non votano più perché sono disgustati o magari cambiano il voto e scelgono il centrodestra». Parola di Gianfranco Fini. Leit motiv che il presidente di An rimarca nel suo viaggio elettorale nella Brianza che domenica e lunedì prossimi rinnova le amministrazioni locali.
Da Como a Monza passando per Sesto San Giovanni, ex Stalingrado d’Italia, Fini sottolinea che il «voto alle comunali non è di serie B: quando dodici milioni di persone vanno a votare, anche se per eleggere i sindaci e i presidenti delle Province, è chiaro che si tratta di un voto politico». Come quello di due settimane fa in Sicilia: «Se è bastato quel voto, che era ampiamente scontato, per scatenare la rissa nel centrosinistra, be’ figuratevi cosa accadrà in quell’armata Brancaleone se il centrodestra avrà più sindaci e più presidenti delle Province». Come dire: «Che l’insuccesso porti alla crisi di governo lo vedremo, di certo farà suonare un campanello d’allarme rosso».
Certezza politica di chi, si sa, «non è un maniaco di sondaggi», ma sa tastare il polso alle piazze e da quelle di Como, Monza e Sesto San Giovanni se ne torna Roma con una ferma convinzione: «La delusione c’è anche in tanti elettori di sinistra, si vota certamente per i sindaci ma c’è anche una parte politica in gioco. Il voto a Prodi, dopo un anno di governo, glielo daranno gli italiani che vanno alle urne». Sicurezza nonostante «la proliferazione delle liste renda difficile la lettura del voto». Il leader di An invita gli elettori a firmare per il referendum, «deterrente agli egoismi dei partitini» e segnala che «uno sbarramento serio non può essere che del 3-4%, al di sotto c’è una rappresentazione di piccoli interessi. Chiaro che l’introduzione di una soglia avrebbe un effetto virtuoso, porterebbe alle aggregazioni dei piccoli partitini con poche differenze».
A chi reclama un esempio, Fini risponde con una domandina: «Qual è la distinzione tra Rifondazione, Pdci e Verdi?». La risposta? «Ci sono 22-23 partiti, un lusso che non ci possiamo permettere». Botta e risposta che spinge Fini ad affrontare il tema della federazione della Cdl: «In Italia c’è bisogno di un sistema bipolare e non bipartitico e per un rafforzamento del centrodestra e del bipolarismo penso che la cosa migliore sia una federazione che sia diversa dal partito unico o dall’accordo elettorale». Il presidente di An «pensa» a un modello «tipo quello dell’Ue, con alcune decisioni che vengono delegate alla federazione e altre che rimangono ai partiti».
Bagno di folla in riva al lago di Como e sotto le colonne dell’Arengario di Monza, dove Fini si concede ai flash dei fotografi insieme ai candidati della Cdl. Stavolta però, nelle tre tappe briantee, non ci sono, come accaduto a Genova, extracomunitari che si fermano a parlare con il leader di An. Tema, quello dell’immigrazione, che Fini tocca però nei suoi tre comizi, dove ricorda lo slogan elettorale di Sarzoky, «la Francia a chi la ama»: «L’integrazione può avvenire solo se gli immigrati scelgono di amare la loro nuova patria. In Italia, la sinistra sta soffiando sul fuoco della xenofobia. Ci sono segnali di intolleranza nei confronti degli stranieri che sono da noi come clandestini, se la Bossi-Fini cadrà rischiamo di essere in preda a immigrati che arrivano da noi senza lavoro». Ma c’è anche un’altra emergenza, quella della droga, su cui Fini fa sapere che «bisogna tenere una posizione proibizionista».