Fini vuole sfasciare il Pdl con un’armata di pulci

Rimasto senza partito, l’ex leader di An ha promosso una banda di
sconosciuti che adesso gli devono obbedienza cieca e giocano a chi la
spara più grossa

Per i grattacapi che gli procura la famiglia acquisita dei Tulliani, Gianfranco Fini è più ingrugnato del solito. Il muso l’ha sempre avuto ma da giovane gli dava l’aria del bel tenebroso. Ora, a 58 anni, pare una mummia inacidita. L’accelerazione dei disturbi del condotto gastrico ha coinciso con la fusione di An e Fi. Non ha mai digerito il Pdl che per lui ha solo rappresentato la perdita del partitino di cui era reuccio. Da allora, non ha pensato altro che a raccogliere attorno a sé un gruppo sostituivo su cui continuare a regnare. Creare dal nulla non è facile. Di qui, mal di pancia e sbalzi d’umore.

All’ombra di questa insoddisfazione sono nati i volti nuovi della fondazione Farefuturo, i semisconosciuti Bocchino, Granata, Della Vedova, il movimento Generazione Italia, il gruppo parlamentare Futuro e Libertà: i finiani in senso stretto. Fedelissimi di Gianfranco, nemicissimi di Berlusconi, incaparbiti a spaccare l’alleanza col Pdl, convinti di incarnare la «destra moderna». Tizi molto gasati che spesso gli prendono la mano anche se Fini ha la supervisione dell’insieme. Le loro intemperanze hanno moltiplicato le liti nel centrodestra e ora, se mai Gianfri volesse indietreggiare, i vassalli farebbero fiera resistenza per non perdere la visibilità appena conquistata.

Figura chiave dell’incarognimento finiano è il napoletano Italo Bocchino. Già puledrino di Pinuccio Tatarella, alla sua morte nel 1999 si schierò con Maurizio Gasparri e Ignazio La Russa. Il che significava - lo dico per chi ignora le segrete cose - mettersi contro Fini. Gianfranco lo bastonò all’istante. Alle elezioni del 2001 lo ficcò al quinto posto di una lista campana, escludendone di fatto la rielezione in Parlamento. Italo restò di ghiaccio e con le lacrime agli occhi si inginocchiò, chiese scusa, promise di non farlo più. Fu così che Fini, eletto in vari collegi tra cui quello del fedifrago, optando per un posto diverso, gli consentì di ritornare alla Camera. Un atto di degnazione padronale. Salvo per grazia ricevuta, Bocchino si appiattì sul capo diventandone il portaborse, il tuttofare, il kamikaze. Se c’è da spararla grossa, assumere incarichi sgradevoli, tenere rapporti a rischio, l’incombenza ricade automaticamente su di lui. C’è chi dice che la disavventura di Italo con l’imprenditore Alfredo Romeo - per la quale la magistratura lo voleva in ceppi, salvo poi assolverlo - gli capitò per fare un favore al capo. Così come si vocifera che sia stato Fini - tramite il disponibile Bocchino - a imporre (qualche mese fa) al sindaco Alemanno di riaffidare al medesimo Romeo la gestione del patrimonio immobiliare del Comune di Roma. Ora voi capite che ridotto in questo stato di cieca obbedienza, Italo è prono e totalmente irrecuperabile per il Pdl.

Hanno definitivamente rotto i ponti col berlusconismo anche altri secessionisti. Tal Granata, che ormai parla come Di Pietro, è più facile vada a braccetto col pentito Spatuzza che al bar col Cav. Idem Carmelo Briguglio, un altro che - innocuo e ignoto fino a ieri - oggi ce la mette tutta per impedire il riavvicinamento col Berlusca. La sua ultima sortita è stata insinuare che a favorire lo scoop del Giornale sull’appartamento monegasco siano stati i servizi. Una gaglioffata da querela buttata a caso per avvelenare il clima. E che dire dell’ex radicale Della Vedova, un tempo punto di riferimento degli, ahimè, rari liberali del Pdl? Si è appitonato su Fini, ne avalla il giustizialismo, si accontenta dei farfugliamenti del capo sugli intrighi cognateschi in quel di Montecarlo. Forse un po’ vergognoso per l’impresa ha rialzato due giorni fa la più nobile bandiera del laicismo asserendo che i finiani considerano irrinunciabile la libera volontà sul fine vita e il riconoscimento giuridico delle coppie gay. Si può essere d’accordo o no, ma è pugno nello stomaco al Pdl e la Lega che si sono invece schierati con la Chiesa. Insomma, i guastatori lavorano a pieno ritmo per innalzare un muro tra destra moderna e gli ex alleati. Fini, preso tra i Tulliani e le immersioni, tace. Quando riemergerà dai fondali si troverà sommerso dal fango che i suoi stanno voluttuosamente accumulando.

Dove non arrivano Bocchino & co, supplisce il pensatoio di Fare Futuro. Grillo parlante del gruppo è il direttore del giornale online, Ffwebmagazine, Filippo Rossi, un pel di carota sull’1,90. Filippo, già timido collaboratore dell’ex ministro Scajola, si è scoperto accanto a Fini una verve spumeggiante. L’ultima del magazine è che Repubblica e il Fatto - quelli che hanno tenuto la contabilità dei sospiri della D’Addario nell’alcova di Palazzo Grazioli - «sono molto più corretti col Cav di quanto non lo siano i giornalisti a penna armata di Libero e il Giornale nei confronti di Fini». Come se parlare di svenevolezze amorose fosse più giornalistico che chiedere conto della consegna al cognato del patrimonio immobiliare di An. Ma Filippo è ormai obnubilato dall’improvvisa fama e non lo ferma nessuno. Se l’è presa anche con me, poverocristo, scrivendo che ho «rotto», «rotto», «rotto» e dandomi del «buon Perna» come si fa con i cretini. Il che ci può anche stare, ma non detto dal signor Rossi. Poco ci mancava che, nell’euforia, danneggiasse anche il fratello, Gianni Scipione Rossi, giornalista Rai in pole position per la direzione dei Servizi parlamentari radiotelevisivi in quota An-Pdl. Solo le rassicurazioni di Gasparri al partito: «Non è assolutamente come il fratello Filippo», hanno mantenuto ferma la candidatura di Gianni Scipione.
Nella Rai, Fini ha mani e piedi e molti addentellati. Ma da quando si è incaponito di infilarci un bel pezzo dei Tulliani, dalla suocera al cognato Giancarlo (fratello di Betty, la compagna), le sue quotazioni traballano. Questo Giancarlo pare sia un’iradiddio. Arrogante, spocchioso, inebriato dalla nepotistica protezione. Gianfranco per imporlo ha già litigato con un vecchio amico, il responsabile delle relazioni esterne Rai Guido Paglia, un duro che gli ha risposto picche. Ma - stando alle voci - non sopporta le pretese del giovane profittatore neanche il capo della prima rete, Mauro Mazza, legato a Gianfri da tempo immemore. Dicono che non lo possa vedere neppure un finiano puro come Luca Barbareschi, attore e deputato, che con la tv di Stato aveva fin qui ottimi rapporti. Pare infatti che, con la sua saccenza, il cognatino stia rovinando anche a lui la piazza in Rai.

Su Fini e la sua armata si profila l’ombra di Brancaleone.