Finiane in trincea per Elisabetta ma zitte se lapidano le ministre

La Perina invoca l’intervento delle donne del Pdl in difesa di Lady
Fini: "Maltrattata per motivi politici". Però dimentica il suo silenzio
quando infangavano la Carfagna

Tutti con il sasso in mano. Tutti noi del Giornale, sia chiaro. A cominciare dal direttore, Vittorio Feltri, che, in quanto direttore, ha la sua fornitura di sassi personale, che gli viene consegnata quotidianamente in ufficio, mentre noi, scherani, siamo costretti a gironzolare attorno a piazza Cordusio, per rifornirci di munizioni. Sampietrini o scampoli di asfalto sbrecciato che siano.

Già, perché «ogni giorno - dichiara, con risolutezza da fare invidia, Flavia Perina, direttore del Secolo d’Italia e deputata di stretta osservanza finiana, data la sua scelta tutta Fli - Elisabetta Tulliani è sottoposta a lapidazione». Un trattamento «che le viene riservato in quanto donna del nemico, cioè di Gianfranco Fini». La reattiva Perina, che affida questo suo moto di indignazione al mare magnum di internet e, per sicurezza, magari a qualcuno sfuggisse, anche allo stagno paludoso di Repubblica, che accoglie sempre con magnanimità gli insulti contro Berlusconi, definisce l’inchiesta del nostro quotidiano su Elisabetta Tulliani, e la sua decisamente fortunata e facoltosa famiglia: «Uno spettacolo indecente, una quotidiana e tragica azione di killeraggio». E, facendoci rabbrividire, aggiunge: «È come vederla sfilare, metaforicamente rapata a zero e con al collo il cartello del disonore, sulle prime pagine del Giornale e di Libero».

Agghiacciante immagine, nella sua crudezza. Persino maestri dell’horror, come Dario Argento e Stephen King, non sarebbero stati capaci di descrivere meglio la terribile situazione. Un’affliggente situazione. Che Elisabetta (la quale, peraltro, al momento, e ne siamo felici, non ha la testa rapata ma continua a offrire alla brezza estiva, la sua bella, intera e folta chioma bionda), e il suo entourage parentale stanno vivendo per colpa nostra. Ma Flavia Perina non si ferma qui.

Salta la staccionata di ciò che sembra fin troppo chiaro ai suoi occhi, per suonare la carica. Per svegliare le coscienze sopite delle donne di destra, di centrodestra e di simil-destra. E per chiedere, innanzitutto alle ministre Mara Carfagna e Giorgia Meloni e alla responsabile donne del Pdl, Barbara Saltamartini, «di dire qualcosa contro ciò che si sta consumando ai danni di un’altra donna, di rompere un silenzio imbarazzante». E qui sta la sua grande abilità di giornalista e parlamentare, abituata alla navigazione a vista. Già, perché con questo roboante appello, Flavia Perina cancella con un colpo di spugna, come solo le donne sanno fare quando si tratta di altre donne, tutto ciò che proprio la stessa Mara Carfagna ha dovuto subire e accettare senza fiatare, fino all’altro ieri. Tutti gli insulti che il ministro per le Pari opportunità, solo per il fatto di essere carina, presentabile e buona amica del Cavaliere, ha dovuto incassare senza mai trovare paladini pronti a sguainare la spada in sua difesa e madri badesse disposte ad accoglierla, con qualche riga in sua difesa nel buon convento di certi giornali. Se mai fossimo stati lettori distratti ce ne scusiamo in anticipo con l’interessata, ma non ci pare proprio, signora Perina che lei abbia speso un po’ d’inchiostro, a suo tempo, quando tutti, facevano a gara non per lapidare ma, ci passi il termine, per sputtanare il ministro Carfagna. E in quale remota isola del Pacifico si trovava quando, dal cilindro di qualche abile regista, è spuntata un’illustre sconosciuta, un’altra giovane donna, tale Noemi Letizia, cui in tanti, giusto per mettere in mezzo il premier, hanno rovinato l’esistenza buttando nel tritacarne anche la sua famiglia? Ci dica, era forse dall’altra parte di questo mondo, civile o incivile, che sia? A Norfolk, o a Pitcairn a conversare con i nipotini degli ammutinati del Bounty? Forse ricorderà lo slogan che i girotondini portavano in giro: «Presidente, che cuccagna la Carfagna». E le altre volgarità? Da Sabina Guzzanti a Travaglio (che in verità oggi le fa compagnia nella strenua difesa di Elisabetta Tulliani) a Massimo Donadi, parlamentare come lei, ma dell’Idv che paragonò Mara Carafagna a Monica Lewinsky? Scontato che a sinistra nessuno disse nulla, neanche le politicamente corrette Finocchiaro, Melandri, Bindi, ci fu è vero una tardiva e modesta solidarietà bibartisan ma non ci pare che la sua penna abbia sottoscritto appelli anti-lapidazione come oggi. E poi, a proposito di donne, che ci dice di Barbara Contini, eletta nel Pdl, ma saltata dalla parte di Fini, che se l’è presa in queste ore contro «quelle colleghe che fanno carriera su tacchi a spillo e armate di minigonne»? Tipo, il messaggio è chiaro, Maria Teresa Armosino, Viviana Beccalossi, Paola Frassinetti, Laura Ravetto, Rosaria Rossi e la stessa Barbara Saltamartini? Colpevoli solo perché sono dalla parte di Berlusconi? Suvvia. Mentre mezzo mondo, da Amnesty International a Human Rights Watch, si sta mobilitando per salvare dalla lapidazione, quella autentica, Sakineh Mohammadi Ashtiani, 43 anni e due figli, condannata a questa barbara pena di morte dalle autorità della repubblica islamica iraniana perché ritenuta colpevole di adulterio, per lei la vera lapidata da difendere è Elisabetta Tulliani.

Dopo i Sassi di Matera arrivano, dunque, i sassi di Flavia Perina. Chissà che la scoperta del Secolo non diventi anch’essa, con una spintarella dell’Unesco, patrimonio dell’umanità.