Fininvest contesta la perizia sul risarcimento alla Cir

«Fininvest in primo luogo premette di avere svolto nei motivi di appello argomentazioni che sotto plurimi e distinti profili escludono ogni responsabilità della società appellante», ovvero della stessa Fininvest. Inizia così il documento presentato ieri mattina dai legali del gruppo di Silvio Berlusconi alla Corte d’appello di Milano. È la memoria difensiva con cui gli avvocati della holding contestano la consulenza disposta dalla Corte d’appello e depositata lo scorso 29 settembre nella causa tra Fininvest e Cir per la vicenda del «lodo Mondadori». I periti, ridimensionando sensibilmente la sentenza di primo grado emessa dal giudice Raimondo Mesiano, avevano quantificato in circa 450 milioni di euro il risarcimento dovuto al gruppo di Carlo De Benedetti per l’ingiusta sconfitta nel 1991 nella «guerra di Segrate» per il controllo della Mondadori.
Ma il robusto sconto concesso dai consulenti della Corte non soddisfa gli avvocati di Berlusconi, che chiedono che si tornino a interrogare i consulenti. Otto i punti della perizia contestati dai legali Fininvest. I quali, «ove mai la Corte dovesse ritenere che vi sia una responsabilità di Fininvest», ritengono inaccettabile che il danno patito da De Benedetti venga calcolato confrontando le due ipotesi di spartizione della casa editrice milanese: quella dell’aprile 1990, chiamata «proposta Fininvest», e quella effettivamente siglata nel giugno 1991. Le due proposte erano pressocchè uguali nella spartizione dell’impero (a Berlusconi restavano libri e riviste, a De Benedetti l’Espresso, Repubblica e i quotidiani locali Finegil), ma nella prima era il Cavaliere a versare un conguaglio all’avversario, mentre in quella firmata l’anno dopo a pagare il conguaglio fu l’Ingegnere.
In sintesi, i legali disconoscono la riconducibilità a Fininvest della prima ipotesi d’accordo («non vi è mai stata una proposta Fininvest»), e sostengono che in realtà nel giugno 1991 De Benedetti fece comunque un buon affare, visto che incamerò la parte più florida dell’impero. «Le attività di Ame Classica (Libri e periodici) erano caratterizzate nel corso del 1990 da una performance inferiore rispetto sia al principale concorrente Rcs, sia al più generale andamento del mercato, mentre viceversa le attività nella pubblicazione dei quotidiani (La Repubblica e Finegil) mostravano nel medesimo periodo tassi di crescita degli andamenti economici e diffusionali significativamente superiori a quelle di Rcs quotidiani (Corriere della sera e Gazzetta dello Sport) e a quelli del mercato dei quotidiani». E a rendere ancora più cospicuo l’affare, sostengono, fu l’aumento del 20 % del prezzo dei quotidiani.
Ora i legali della Cir hanno una settimana di tempo per dire la loro, poi i giudici della Corte d’appello decideranno come andare avanti. Hanno promesso di fare la sentenza entro l’anno.