«Finirà che le licenze ce le prendono i cinesi»

Tutti furiosi: i tassisti col governo che li vuole «rovinare» e i clienti con i manifestanti che li lasciano a piedi. E oggi si replica

Giacomo Susca

Julio da Buenos Aires, imprenditore, è sbarcato a Malpensa al mattino presto. Dopo dieci ore di volo, ha preso la navetta che l’ha portato a Cadorna. Ma chissà se a quell’appuntamento in Assolombarda ci è mai arrivato. L’odissea del viaggiatore intercontinentale prende corpo sotto la pensilina della stazione Nord. Di un taxi, nemmeno l’ombra. «Ma che sta succedendo?», si chiede guardando la schiera di pendolari e turisti alle sue spalle, molti stranieri come lui. Ignari - «avrebbero potuto almeno avvertire, no?» - arrabbiati, già stanchi senza essere ancora arrivati al lavoro, esasperati da uno sciopero che sta mettendo in ginocchio la città. A cominciare da Michela, che oggi non sa come arrivare in università per dare l’esame preparato con tanto sacrificio. Per lei, come per tanti altri fermi in coda nell’inutile avvistamento taxi, la soluzione sarà salire su un tram o scendere in metropolitana. E qui unirsi alla ressa di migliaia di viaggiatori che non hanno avuto alternativa alle linee Atm.
Le cose vanno peggio a Linate. «L’aereo aveva un’ora di ritardo e ora il blocco dei taxi, un danno enorme - dice Silvana Scognamiglio, arrivata da Napoli per lavoro, aspirando la sigaretta davanti alla fermata della 73 -. A Milano, ormai, mi sono abituata a queste cose». Sembrano più tolleranti gli stranieri: «Arrivo da Dublino, dove giovedì ci sarà un grande sciopero, sono cose che succedono ovunque» aggiunge Karl Breen, giovane chitarrista. «Specie nell’Europa del sud - scherza Konrad Sikorski, polacco, a Milano per lavoro -. Per uno straniero il problema è capire come arrivare in città». Ma è in stazione Centrale che la protesta dei tassisti contro il «pacchetto Bersani» ha fissato il quartier generale. Qui l’adesione allo sciopero, anzi alla «manifestazione spontanea permanente» - come la chiamano i conducenti che affollano i parcheggi di piazza Duca d’Aosta - ha toccato il 100%. Nessun crumiro al lavoro, basta sbirciare sui monitor al posto di guida. Chi è in strada sta trasportando solo anziani, bambini o signore in dolce attesa. Meno dolce l’attesa di chi è rientrato dal weekend in Liguria e ha trovato ad attenderlo una distesa di auto bianche spente ai box. «Oggi non ci muoviamo e andremo avanti così finché il governo non ritirerà la liberalizzazione delle licenze», è la minaccia unanime. Con lui ci sono tanti rappresentanti dei quasi 5mila tassisti milanesi. Danno dritte sui mezzi giusti ai clienti rifiutati e intanto ne approfittano per spiegare le loro ragioni. «Se passa il decreto ci troveremo con il doppio delle vetture e la metà del lavoro», dice Giuseppe, alla guida «da 9 anni sette giorni su sette». Stefano è più giovane, per comprarsi la licenza a 150mila euro ha acceso un mutuo. «Ma quali stipendi da favola: è sbagliato equipararci a notai o farmacisti». Gaetano, 52 anni di cui 14 nel traffico, è venuto in bicicletta per non sprecare la benzina. «Nessuno pensa alle spese che sosteniamo: tra riparazioni, tagliandi e assicurazioni vanno in fumo oltre 5mila euro l’anno». La gente ascolta, prende atto, raccoglie le valigie e si allontana. Alla fine qualcuno solidarizza coi tassinari, mentre c’è chi non la manda giù.
Stretti in capannelli, i rivoltosi si confrontano e pretendono di essere ascoltati. «Non è rovinandoci che si riduce il debito pubblico», si lamentano. Poi c’è l’incubo degli abusivi. «E se adesso le licenze le prendono i cinesi?». Oggi, però, non circolano nemmeno i «pirati». Più di Bersani loro temono le botte dei «colleghi» regolari.