Come finire nella Rete di Tronchetti

Il ruolo e le divisioni della politica nelle scelte del primo operatore di tlc italiano

I Perini sono delle barche stupende: lusso allo stato puro. Con quegli scafi blu e la tuga bianca. Sono dei motorsailer: metà a vela e metà a motore, per essere grossolani. Anche se Tronchetti, da velista puro, preferisce i corsaioli Wally. Ma tra signori del capitalismo ci si mette d’accordo: e la colazione tra il numero uno dei telefoni in Italia e il leader dei satelliti nel mondo sarà certamente andata bene. Qualcuno potrebbe storcere il naso sul fatto che un incontro definito interlocutorio abbia cagionato un rinvio di un cda per l’approvazione di conti definitivi. Ma insomma Telecom è all’insistente ricerca di farsi valutare dal mercato non solo come un società di tlc, ma anche come una media company: e dunque di applicare multipli che la facciano ricuperare terreno in Borsa. Ben venga dunque la gita a Zante. Nel prossimo cda ne sapremo qualcosa di più.
Eppure l’attenzione vera passa oggi per un’altra operazione: ben più importante per il debito Telecom di un pur fondamentale accordo sui contenuti televisivi. Si tratta della rete di telefonia fissa: quell’ultimo miglio di cavi di rame che porta telefoni e soprattutto banda larga a casa di 25 milioni di famiglie italiane. L’ipotesi è quella che Telecom «sia costretta» a cederla per aprire il mercato ancor di più alla concorrenza sulla telefonia fissa. Una costrizione che se dovesse valere 13-15 miliardi di euro, potrebbe valere la pena. Già quest’estate il numero uno della Cassa depositi e prestiti (che già controlla la rete elettrica di terna) Salvatore Rebecchini aveva negato la disponibilità a un’operazione siffatta. Il punto è che lo spoil system prodiano dà in uscita il banchiere formatosi a Palazzo Koch e in entrata Franco Bernabè. Oggi gran consulente di Tronchetti, con la casacca Rothschild.
Telecom è una società che fattura 30 miliardi di euro, con 40 di debiti e una concorrenza sempre più forte. Il titolo viaggia su livelli minimi. E Tronchetti sta facendo di tutto per non mollarla: sull’altare delle tlc ha dismesso i vecchi affari di Pirelli da lui stesso resi più profittevoli. L’ipotesi di scindere Tim e rimetterla sul mercato sarebbe sarebbe una clamorosa sconfessione di quanto fatto solo un anno fa. Un’aggregazione anche azionaria con Murdoch non gli è stata permessa dalla politica. Non resta che modificare il perimetro della società: rinunciando alla strategica infrastruttura in cambio di cash e della possibilità di operare davvero nella televisione. E se il prezzo da pagare è cedere la supervalutata Telecom Italia Media che controlla la 7 ed Mtv alla Rcs, si proceda pure. Il gruppo Rizzoli è lì in attesa: ha possibilità di attivare un miliardo di risorse e sta facendo pulizia nelle sue partecipazioni finanziarie vendendo il vendibile.
È tutto pronto. Manca però il tassello più difficile. Quello politico: mettere d’accordo le due anime della maggioranza. Quella ds rimasta fino ad ora a bocca asciutta e quella prodiana pigliatutto.