Finisce la Corrida del «matador» Pregadio

Forse è stato il primo musicista a parlare senza parlare. Sul volto gli sono passate così tante espressioni che alla tv sembrava prestato dal cinema muto. Per questo, della improbabile carrellata di facce che hanno stipato per anni la Corrida, quelle che più si ricordano, oggi, sono le sue. Le ha indossate tutte quante. Un sopracciglio sollevato vistosamente, una bocca stortata ad arte, gli occhi sgranati in uno stupore dal quale sembrava non si sarebbe ripreso mai più. In silenzio ma fondamentale, in un angolo ma al centro. Compagno discreto del conduttore di turno (prima Corrado, poi Gerry Scotti), un po’ come il Mister Q che preparava le auto per 007. Ieri, a 82 anni, è morto, dopo una breve malattia, il maestro Roberto Pregadio. Era nato a Catania il 6 dicembre del 1928, si era diplomato in pianoforte al Conservatorio di Napoli e nel 1960 era entrato nell’orchestra di Musica Leggera della Rai. Aveva scritto diverse colonne sonore di film e nel 1961 aveva diretto Claudio Villa in concerto. Nientemeno che al Carnegie Hall, quello che sta a New York. Ma lui era «quello della Corrida», programma in cui entrò nel 1968 quando era ancora un format radiofonico, che seguì nel suo trasloco televisivo, e che abbandonò solo nel 2008.
Era il contrario del direttore d’orchestra, Pregadio. O almeno di come ci si aspetta un direttore d’orchestra: ieratico, con lo sguardo perennemente altrove, necessarimente distante dall’altro e, in generale, da ogni cosa. Lui aveva la pazienza adatta o chissà cos’altro, per accettare di suonare con gente stravagante, di entrare in relazione comica con lei, di adattare la sua orchestra alle storpiature della musica maneggiata senza grazia da quei dilettanti alla sbaraglio. Non ha mai avuto paura di sporcarsi la bacchetta, Pregadio. Lui al toro ci andava vicino, senza mai infilzarlo però. Un matador mansueto con la bacchetta al posto della muleta. Uno che chiosava senza offendere. Per quanto contribuisse nel sottolineare la stortura, la comicità involontaria, l’ugola incapace, la mise agghiacciante, il concorrente non lo umiliava mai. A costo di mettersi al suo livello, per poterlo meglio ridicolizzare.
Anche se negli anni Ottanta aveva formato un suo sestetto di swing con il quale aveva inciso l’album Five Continents, anche se aveva lavorato nel programma Le piace la radio? Il microfono è vostro, quando a condurlo era Nunzio Filogamo. Anche se per molto temo è stato docente di pianoforte al Conservatorio Licinio Refice di Frosinone, anche se insegnava nella Piccola Accademia della Comunicazione e dello Spettacolo di Stefano Jurgens.
Nel 2008, dopo quarant’anni, dalla Corrida se n’era andato un po’ in polemica con la produzione che aveva deciso di affiancargli il maestro Vince Tempera. E così era approdato su Raiuno, nello show I Raccomandati, con grande dispiacere di Scotti che, ancora ieri, alla notizia della sua scomparsa, lo definiva «un galantuomo di altri tempi» con il quale era felice di aver potuto lavorare.
Televisivamente, Pregadio fu per Corrado e Scotti, ciò che Franco Bracardi fu a lungo per Maurizio Costanzo. Qulacuno che aveva introiettato talmente bene i tempi, i ritmi e il gusto del «suo» conduttore, da arrivare a sottolineare l’attimo, la battuta, il momento, lo spazio da riempire: che fosse con una nota prolungata o appena accennata, con un’espressione calcata o semi impercettibile. Dal bordo, capiva come aiutare il centrocampo. Sapeva come portare gli applausi là dove servivano. Ogni sera a prepararsi con rigore per andare in onda da quell’angolo. E, alla lunga, guadagnarsi un palco proprio, lontano dal piccolo schermo. Avevano iniziato a chiamarlo per serate ed «eventi» come li chiamano adesso. E lì il pubblico era finalmente solo suo, voleva proprio lui. Il maestro Pregadio, quello della Corrida. Ma senza tutta la Corrida.
Era siciliano, di silenzi pieni e sogghigni gustosi. E solo un siciliano avrebbe potuto mettere d’accordo la «Padania» del pavese Scotti con la «Roma Ladrona» del capitolino Corrado. E solo uno che non temeva di sporcarsi la becchetta, avrebbe potuto scegliere di stare su quei bordi dai quali era tanto importante passare la palla.