Finisce la crisi del gas, intesa tra Mosca e Kiev

Il vertice Ue: si deve ridurre drasticamente l’import di metano russo

da Milano

La crisi del gas tra Mosca e Kiev è terminata. E tutti hanno vinto o perlomeno così pare. Di certo per i prossimi cinque anni - tanto durerà l’intesa firmata ieri mattina a Mosca - l’Unione europea non dovrà temere di restare a secco.
Il Cremlino esulta: l’accordo «non solo è il riconoscimento che la posizione russa era giusta», dichiara Putin «ma anche un segnale positivo per le relazioni con l’Ucraina». In teoria ha ragione: la Gazprom ha strappato il prezzo richiesto, ovvero 230 dollari per ogni mille metri cubi. Eppure l’Ucraina pagherà molto meno, in media 95 dollari, che è quasi il doppio dei 50 sborsati finora, ma in linea con le offerte iniziali del presidente Yushchenko. Il «miracolo» è reso possibile dal coinvolgimento di tre repubbliche ex sovietiche - Turkmenistan, Uzbekistan e Kazakhstan - che forniranno oltre due terzi del fabbisogno ucraino a tariffe di gran lunga inferiori rispetto a quelle russe. Aumenta da 1.09 a 1,6 dollari il pedaggio di transito, sia per il gas diretto ai mercati europei sia per quello destinato a Kiev dall’Asia Centrale. Vince, su tutta la linea, una discussa società la Rosukrenergo - costituita dalla banca di Gazprom (Gazprombank) e dalla banca austriaca Raiffeisenbank e sospettata di malversazioni e appropriazioni indebite, che gestirà tutta la fornitura di metano all’Ucraina.
Di grande sollievo, come prevedibile, la reazione europea. Il ministro degli Esteri italiano Fini ha elogiato «il senso di responsabilità delle due parti», ma a Bruxelles il compiacimento non ha fatto dimenticare l'allarme dei giorni scorsi. E proprio ieri, in coincidenza con la riunione degli esperti di energia della Ue, la Commissione e la presidenza austriaca hanno annunciato l'intenzione di voler promuovere una politica energetica più coordinata. La parola d'ordine è ora diversificare le risorse, anche per sganciarsi in futuro da pericolose «dipendenze». In particolare, l'obiettivo è di ridurre la percentuale di gas russo nelle importazioni europee dal 44% stimato nel 2004 al 27,5% nel 2025.
Ed è per questa ragione che la maggior parte degli osservatori ritiene che la Russia esca indebolita dalla crisi del gas. Se l’Europa davvero diminuirà l’approvvigionamento siberiano, in prospettiva il danno economico per il Cremlino sarà alquanto severo. Anche sul fronte politico, gli analisti ritengono che il ricatto russo non abbia prodotto gli effetti sperati. Se Putin pensava di intimidire Yushchenko, impegnato in una rapida marcia di avvicinamento alla Ue e alla Nato, l’obiettivo non sembra essere stato raggiunto. Yushchenko ha dichiarato che «l’accordo sul metano consentirà al suo Paese di accelerare ulteriormente le riforme di mercato» e durante la crisi si è tenuto in stretto contatto con Washington e Bruxelles. Eppure Mosca sembra voler insistere sulla strada delle pressioni economiche. «Nelle ultime due settimane - spiega l’analista indipendente Aleksander Dergachev - la Russia ha limitato le esportazioni di carne e, al contempo, l’importazione di metalli pesanti ucraini. Inoltre ha aumentato il prezzo del petrolio».
L’obiettivo è chiaro: generare malcontento in vista delle elezioni legislative di marzo e favorire il successo del Partito delle Regioni, capeggiato dall'ex-premier filo-russo Viktor Yanukovic. La partita con l’Ucraina filo-occidentale non è ancora conclusa.