Finisce la fuga di «Bruno» L’orso ucciso in Baviera

Gabriele Villa

«Gli hanno sparato: è morto». Uomo di poche parole Manfred Woelfl, il funzionario del governo regionale bavarese che si è preso la briga, ieri, di porre, con lo stringatissimo epitaffio, una pietra tombale sulla breve esistenza di Bruno, un cucciolo d'orso che, per alcune, comprensibilissime, giovanili intemperanze, si era trasformato oramai in un'ossessione per le autorità della Germania meridionale e dell'Austria, che ne avevano deciso da giorni l'abbattimento. Eppure, al contrario, la vicenda avrebbe potuto avere un finale meno traumatico, il finale dolce di una fiaba. Era la prima volta dal 1835 che un orso bruno italiano non si inoltrava in territorio tedesco. Si può immaginare come Bruno, esemplare di due anni, cento chili di peso, fosse diventato per molti, adulti e piccini, qualcosa di più che una semplice attrazione turistica. Fuggito dalle montagne del parco Adamello-Brenta, nel Trentino, Bruno faceva parte di un gruppo di venti cuccioli avuti da Jurka e Joze, coppia di orsi sloveni (di qui la denominazione anagrafica ufficiale di «Jj1») importati per ripopolare le montagne del Trentino.
Nel suo vagabondare di un mese, Bruno si era ben guardato dall'attaccare l'uomo anche se non si era fatto mancare nulla: pecore, galline, conigli e, per dessert, qualche alveare annusato qua e là. Resta il fatto che la gigantesca caccia all'orso, apertasi nella Baviera, si era intensificata soprattutto dopo alcune puntatine di Bruno in luoghi abitualmente frequentati da turisti. Un paio di settimane fa, per la precisione il 14 giugno, Bruno aveva avuto anche un incidente, da cui era uscito illeso, scontrandosi con un'auto, lungo una strada di montagna. Qualche giorno dopo, un drappello di cani, fatti arrivare appositamente dalla Finlandia, aveva fiutato il suo odore fino a rintracciarlo, ma l'orso era riuscito ancora una volta a sfuggire alla cattura. Quindi altri avvistamenti erano stati segnalati da appassionati di trekking e residenti. Due giorni fa tre ciclisti hanno riferito di averlo visto mentre faceva il bagno nel lago di Spitzingsee, nella contea bavarese di Miesbach, il luogo dove è stato ucciso dai cacciatori all'alba di ieri.
Eppure, tornando alla fiaba, in favore dell'orso si era mossa anche una compagnia assicuratrice britannica, la British Insurance, che si era offerta di coprire, con una polizza del valore di 1,46 milioni di euro, i danni provocati dal giovane plantigrado ad allevatori ed agricoltori. Niente. Niente esitazioni, soprattutto. La caccia doveva continuare. E, possibilmente, finire con l'esecuzione del mammifero per «rasserenare gli abitanti della Baviera e dei dintorni». E così già ieri Bruno, puntualmente imbalsamato, è finito dritto al Museo di Monaco nel castello di Nymphenburg, dove si trova l'ultimo orso bruno selvatico ucciso 170 anni fa.
Le reazioni, durissime, non si sono fatte attendere. «È un atto di inciviltà abbattere animali appartenenti a specie protette - ha dichiarato Fulco Pratesi, presidente del Wwf Italia - tanto più che Bruno era il frutto di un progetto di conservazione, il Life Ursus. Noi del Wwf cerchiamo di lavorare a favore della conservazione. Qualcun altro, altrove, spara, distruggendo anni di lavoro. In più occasioni il Wwf in queste settimane aveva offerto la propria esperienza nella gestione dei conflitti, peraltro risolti con successo in Italia, specie in Abruzzo».
«Non c'è giustificazione per quanto accaduto ieri all'alba in Germania - gli ha fatto eco Michele Candotti, segretario generale del Wwf Italia - Battute di caccia contro un orso sono il segno di una sconfitta. Ci scandalizziamo quando in Africa o India le popolazioni locali uccidono specie protette come elefanti e tigri. Noi oggi abbiamo agito esattamente allo stesso modo».