Finisce la generazione Y ma si può farne a meno

In natura il cromosoma Y determina l'appartenenza al sesso maschile. Nel mondo della moda, invece, il fattore Y indica Yves Saint Laurent, l'uomo che ha portato le sahariane nei salotti. Sarà un caso ma alla vigilia delle sfilate di Milano Moda Uomo (da oggi fino a martedì 26) arriva la notizia che Hedi Slimane, talentuoso designer francese di origine tunisina recentemente chiamato a sostituire Stefano Pilati alla guida creativa della storica maison, ha deciso di togliere il nome Yves dal marchio trasformandolo in «Saint Laurent Paris».
Si temono reazioni inconsulte da parte di signore e signorine che hanno speso migliaia di euro per acquistare le borsette invariabilmente decorate da una grossa Y e non osiamo pensare alla desolazione dei maschi o sedicenti tali che speravano di farsi notare solo perché sulle loro costosissime ciabatte da spiaggia compariva l'inconfondibile logo YSL.
Quest'ultimo per il momento dovrebbe restare inalterato, ma secondo gli addetti ai lavori dell'eleganza internazionale è solo questione di tempo: Slimane vuole girare pagina e dare inizio a una nuova era. Dire che fa bene è poco, non si può vivere di nostalgia e trasformare un glorioso passato in una specie di eterno presente. Eppure ben pochi avrebbero il coraggio di osare tanto: nella moda come nel Gattopardo vince la teoria del «cambiare tutto perché ogni cosa resti uguale».
Infatti la cosa più eccitante delle quattro giornate milanesi che prevedono una quarantina di sfilate e una ventina di presentazioni in forma statica è il ritorno di Jil Sander (in passerella stamattina) alla guida creativa del brand che porta il suo nome. A 68 anni suonati Heidemarie Jiline detta Jil è appena un po' più giovane di quanto non fosse Coco Chanel quando nel 1954 decise di riaprire la maison chiusa allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. La grande Mademoiselle continuò a lavorare fino al giorno della sua morte avvenuta nel gennaio del 1968, l'anno in cui la grande Jil (all'epoca venticinquenne) si buttò nella mischia. Per tre decenni esatti ha fatto cose straordinarie fino alla cessione del suo marchio al Gruppo Prada.
In seguito nel 1999 ha detto addio una prima volta, quindi è stata richiamata nel 2003 ma ha resistito giusto un anno per poi ritirarsi di nuovo. Insomma madame è stata una baby pensionata di lusso, però si è data da fare come se non di più degli esodati per rimanere produttiva. Infatti nel 2009 ha accettato una collaborazione con il brand giapponese UniqLo che le ha dato modo di sperimentare la sua infinita raffinatezza su un prodotto a prezzi più che contenuti. E adesso torna giusto all'età in cui perfino con le regole imposte dal governo Monti si può pensare alla pensione. «So di non poter fare progetti da qui ai prossimi 10 anni, farò semplicemente del mio meglio» ha dichiarato a Suzy Menkes che saggiamente le faceva notare quanto sia diverso il fashion system di oggi. «Imparerò» promette Jill e noi le crediamo anche se il suo ufficio stampa (che tra l'altro è uno dei migliori al mondo) non ha ancora capito quanto sia fuori moda centellinare gli inviti alle sfilate in un mondo dominato da Internet. Sui social network, sui siti specializzati e su tutti i blog di moda si vedranno in tempo reale le stesse cose che noi del pubblico vedremo in sala, ma in ogni caso non sarà facile rispondere alla sola domanda per cui vale la pena di seguire la moda: cosa c'è di nuovo nell'aria?
Su questo punto ciascuno ha la sua verità. Dolce&Gabbana, per esempio, hanno tutti i difetti di questo mondo ma nella strenua fedeltà alla loro idea di mondo dimostrano come minimo rispetto al pubblico per cui lavorano. Non a caso sull'invito della loro sfilata di oggi pomeriggio c'è quella frase che il principe di Salina pronuncia in inglese con l'orgoglio del poliglotta a proposito dell'arrivo dei garibaldini: «vengono per insegnarci le buone maniere ma non lo potranno fare perché noi siamo dei». Ecco, da oggi fino a martedì ci piacerebbe che l'Italia della moda tirasse fuori questo tipo di arroganza che non è dire «tu sì, tu no, io sono forte e potente, tu ti arrangi». Questo tipo di arroganza si chiama consapevolezza del proprio valore.
Talmente alto da fare anche a meno del fattore Y.