Finita la dinastia Kirchner, l’ex presidente Nestor è morto

La fine della dinastia Kirchner è arrivata a tradimento. Nestor è morto e Cristina è rimasta sola. Ieri mattina un infarto ha stroncato l’ex presidente. L’Argentina è sotto choc, sprofondata nell’incertezza, i politici di tutto il mondo mandano condoglianze. Eppure non doveva andare così. Si erano conosciuti nel 1970 e non si erano più lasciati. L’ambizione li teneva uniti in un’alleanza anche più forte dell’amore. Nestor e Cristina sempre insieme, fin dagli anni Settanta, quando lei lo aveva folgorato passando per il corridoio della facoltà di legge a La Plata. «Cristina mi aveva guardato con quegli occhi scuri e decisi. Mi ha fatto girare la testa». Nestor non aveva quasi mai voglia di parlare, chi lavorava con lui si lamentava: un tipo burbero e sempre di cattivo umore, imperscrutabile, irascibile. Eppure con Cristina cambiava, si trasformava. I maligni dicevano che quella forte tra i due era lei. Era Cristina a decidere, a influenzarlo, a indirizzarlo; verso gli amici, il lavoro, la carriera. Era lei che sceglieva davvero. Lo aveva fatto anche quando, appena laureati, erano tornati in Patagonia, a Rio Gallego, nella provincia di Santa Cruz, dove era nato lui, per fare gli avvocati. Era lì che avevano iniziato ad avere successo, a fare soldi, tanti. I maligni anche in quel caso avevano visto qualcosa di poco chiaro.
Nel 1991 il grande salto: Nestor era pronto, aveva amici e sostenitori che lo fecero diventare governatore di Santa Cruz. Al comando era riuscito a cambiare la Costituzione provinciale e farsi rieleggere per altre due volte. Nestor stava prendendo il largo. Era diventato un uomo di potere, uno statista appassionato. Cristina restava dietro le quinte, in disparte, a suggerire, a studiare le mosse. Alle presidenziali del 2003 per la maggior parte degli argentini quel nome un po’ tedesco non era ancora niente. Poi il miracolo: l’appoggio dell’ex presidente Eduardo Duhalde e la ritirata di Menem prima del secondo turno. La Casa Rosada era sua, e lui aveva deciso di imporsi come l’uomo forte per un’Argentina nuova, per l’era kirchneriana. Un populista alla maniera caudillista sudamericana, che riuscì ad approfittare del boom delle esportazioni agricole per rimettere in sesto l’economia devastata dalla peggiore crisi della storia, quella tra il 2001 e il 2002. Nel 2005 il presidente rinegozia i tre quarti dei debiti privati del Paese. Salda il debito con il Fondo Monetario internazionale, secondo lui la causa della crisi. L’Argentina sembra ripulita e può ripartire. Ma è a quel punto che Nestor osa di più: vuole ridisegnare la storia. Fa riaprire i processi criminali della dittatura, che tra il 1976 e il 1983 provocarono oltre 30 mila «desaparecidos», scomparsi.
Nel 2007 lascia spazio a lei, a Cristina. Il gioco è chiaro. Sono le regole della dinastia Kirchner. Si passano la palla che resta sempre nella loro metà campo. Nell’ombra l’ex capo continua a giocare un ruolo importante, ma il suo carisma non è più quello di una volta. Pur eletto deputato, Kirchner è indebolito, la sua lista alle legislative del 2009 è uscita sconfitta, al Congresso il suo partito perde la maggioranza. Resta la carica da segretario generale dell’Unione delle nazioni sudamericane, sembra la seconda vita di Nestor. Ai suoi colleghi piace, torna leader. Tutto era pronto per il secondo giro, le presidenziali del 2011 erano lì, mancava un soffio. Ma Cristina ha passato palla. E questa volta ha toccato terra.