Finita l’odissea sulle Ande. La vittima è una donna

La notizia arriva alle due e mezzo di ieri mattina, dopo un giorno e mezzo di angoscia; di annunci e smentite; di indiscrezioni e speranze. Lo spietato balletto dei nomi giunge all’ultima nota solo a tarda notte, quando un comunicato del consolato italiano svela il nome dell’italiano morto sull’Aconcagua. Per tre famiglie l’incubo finalmente finisce; ora possono stemperare abbracciandosi e piangendo la tensione che li ha stritolati, consumati a poco a poco, per 38 ore. Per la quarta famiglia, invece, il dramma vero è appena cominciato.
È Elena Senin, 38 anni, piemontese di nascita e milanese di adozione, l’alpinista morta sulle nevi della montagna più alta dell’intero continente americano. È lei a non aver resistito a una notte a meno venti, passata a 6.700 metri in mezzo alla tormenta, senza tende o sacchi a pelo di sorta, senza neanche alcun riparo naturale. Gli altri tre italiani - Matteo Refrigerato e Mirko Affasio, due amici di 35 e 39 anni di Cairo Montenotte, nel Savonese, e Marina Attanasio, 38 anni, di Milano - sono vivi. Hanno visto in faccia la morte, hanno sfiorato per qualche ora lo stesso tragico destino della loro compagna di spedizione, ma alla fine ce l’hanno fatta. Non si sono addormentati, non hanno ceduto al tepore infido che invoglia al sonno chi sta morendo congelato. Ora la Attanasio e Mirko Affasio sono ricoverati all’ospedale italiano della città di Mendoza, dove sono stati trasportati ieri dai soccorritori che li hanno strappati agli artigli del gelo appena in tempo. Le condizioni di Matteo Refrigerato erano invece troppo gravi per un trasporto immediato a valle: è stato necessario stabilizzarlo e fornirgli le prime cure direttamente sulla montagna, nel campo intermedio di Horcones, a 2.600 metri.
«C’è stato sollievo quando ci hanno comunicato che i nostri ragazzi erano salvi, ma anche tristezza pensando alla loro compagna di viaggio che non ce l’ha fatta». Queste le prime parole dello zio di Matteo Refrigerato. «Il pomeriggio è stato drammatico anche per l’accavallarsi di notizie una diversa dall’altra - ha commentato - ma noi, essendo in contatto con il console, ci attenevamo a quelle che erano le notizie ufficiali».
Ma quella della Senin non è l’unica vita strappata dal «Blanco», il vento andino che sorge all’improvviso, soffia a 140 km all’ora e porta con sé neve e gelo polare. Con lei è morto anche l’alpinista argentino Federico Campanini, la guida della spedizione. Quando è stato raggiunto dai soccorritori, il 31enne scalatore argentino - ma che risiedeva negli Stati Uniti - era in condizioni disperate: gravissima ipotermia, in avanzato stato di disidratazione, martoriato dalle ustioni da congelazione.
Quella che doveva essere una normale spedizione - di una montagna da quasi 7mila metri, ma pur sempre considerata dagli addetti ai lavori una scalata sostanzialmente «facile», da affrontare anche senza guida - si è trasformata in tragedia mercoledì pomeriggio. Il gruppo dei quattro italiani aveva quasi raggiunto la vetta, quando è stato raggiunto da una tempesta improvvisa. Impossibilitati ad andare avanti, i quattro decidono di tornare indietro, ma la forza del vento e il crollo delle temperature li spinge a scegliere la via più breve, ma anche la più difficile. E questo è stato lo sbaglio fatale. Disorientati dalla tormenta, perdono il sentiero e finiscono sul Ghiacciaio dei Polacchi, un punto in cui quella che era una montagna «facile» diventa un terreno insidioso anche per gli scalatori più esperti. Su quel ghiacciaio rimangono bloccati, esposti al gelo dei 6.600 metri, fino all’arrivo dei soccorsi, che le autorità argentine hanno organizzato in grande. I circa 50 soccorritori argentini saliti ieri in cima dell’Aconcagua per salvare gli alpinisti hanno avuto, secondo il console Pietro Tombaccini, «un comportamento eroico. Hanno messo a rischio la loro vita, alcuni hanno anche avuto problemi di congelamento».