Finita la luna di miele tra governo e sindacati Epifani: «Così non va»

Delusione delle organizzazioni dopo l’incontro con Prodi. Bonanni (Cisl): «Parole non decisive». Cgil: «Basta allarmismi sui conti pubblici»

Antonio Signorini

da Roma

Facce scure e qualche commento tra il deluso e il cortese come quello del segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni che ha parlato di parole «importanti», ma «non decisive». Il più rilevante incontro pubblico tra Romano Prodi e i leader di Cgil, Cisl e Uil prima del vertice di Palazzo Chigi di domani non è andato molto bene. Eppure il teatro era favorevole: il congresso della Uil, un sindacato amico. E le condizioni per dare qualche segnale di disponibilità c’erano tutte, a partire dall’organizzazione dei lavori: prima l’intervento dei due segretari generali, Guglielmo Epifani della Cgil e Raffaele Bonanni della Cisl (il padrone di casa Luigi Angeletti aveva già parlato lunedì), poi il palco tutto per il presidente del Consiglio. Ma, a parte una generica disponibilità al confronto, Prodi non ha fatto molto. Non ha tranquillizzato i sindacati sulla prossima manovra, né ha dato risposta alle tante domande che le organizzazioni dei lavoratori hanno ribadito in questi giorni.
Anzi, sugli statali ha fatto scattare qualche segnale d’allarme quando ha parlato di ministeriali demotivati «nonostante i salari in questi anni siano cresciuti». E quando ha negato che la moderazione salariale possa essere l’unica risposta per la competitività «soprattutto nel settore privato». Segno, facevano notare sindacalisti della funzione pubblica, che nella manovra correttiva ci sarà sicuramente la moratoria sul rinnovo del contratto del pubblico impiego. In sostanza il congelamento degli aumenti per il biennio 2006-2007 non è più solo un’ipotesi di lavoro.
Sugli statali aveva insistito anche Epifani, che li ha inclusi tra le categorie che hanno riposto le loro speranze sul nuovo governo. Ma le prime mosse dell’esecutivo non convincono il segretario generale della Cgil: «Non ci siamo. Sono circolate tante voci e tanti allarmi: chiediamo al governo di fare chiarezza». Noi, ha assicurato, «non daremo dei sì a priori, saranno condizionati dalle risposte che ci aspettiamo dal governo». Sicuramente non verranno dei sì su eventuali tagli alla sanità o alla scuola, né - come ipotizzato negli ultimi giorni - alle spese per gli spettacoli, la ricerca universitaria e la cooperazione.
Epifani lamenta anche una caduta di stile nella definizione del taglio del cuneo fiscale: «Non vorrei che vada al lavoro quello che resta dopo aver deciso quello che va alle imprese. Vogliamo pari dignità». Respinta anche una delle argomentazioni classiche di Prodi sulla concertazione («è giusta, ma poi alla fine è il governo che decide»), quando ha sostenuto che «le cose che abbiamo da dire devono pesare anche nelle scelte corrispondenti del Governo. Altri metodi sarebbero sbagliati».
Parole per una volta simili a quelle del segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni che ieri si è permesso un profilo meno battagliero, pur confermando che «la manovra correttiva non ci convince». Angeletti ha scelto una posizione più cauta, dicendosi rassicurato dal fatto che Prodi ha escluso una politica dei due tempi: prima il risanamento e poi lo sviluppo. «Andremo all’incontro con il governo con il cuore più leggero», ha commentato.
Le rassicurazioni di Prodi riguardano appunto la concertazione che «è e resta il metodo» di lavoro. Sintonia sulla lotta all’evasione fiscale che raggiunge «il 7 per cento del Pil, come l’intera spesa sanitaria». Per il resto nessun dettaglio su come verrà ridotto il cuneo fiscale, se non la tempistica: farà parte della finanziaria e non della manovra. Poca sintonia anche sulle pensioni. Il no allo scalone (cioè lo scatto nel 2008 dei nuovi requisiti per l’anzianità) accomuna i sindacati. Il ministro Cesare Damiano ha confermato di volere un ritorno alla legge Dini, cioè alla precederente riforma. «La vera emergenza è anticipare la previdenza integrativa», ha ribattuto Bonanni. E lo scalone della riforma Maroni? D’accordo nel superarlo, «ma a condizione che questo non sia una scusa per rimettere in discussione altri punti e fare altri danni. Se no - ha concluso - meglio aspettare il 2008». Diffidente. E non è il solo.