«Finito il colonnellume ora ritorniamo uniti»

Luca Telese

da Roma

«È finito il... colonnellume!», dice Ignazio La Russa, con sospiro liberatorio. Possibile? Lui ne è convinto davvero.
Ogni volta sembra quella buona, oggi è sicuro onorevole?
«È partito un meccanismo che io da tempo mi auguravo si innescasse, la liberazione dalla camicia di forza correntizia».
Quante volte si è sentito...
«Stavolta è diverso: credo che fosse dai tempi di... Rauti e Romualdi che non avveniva un simile rimescolamento».
Rimescolamento significa che prima del dibattito c’era una nuova maggioranza sul nodo della democrazia interna?
«È nel fatto che si sono liberate nuove potenzialità: ora ci si può davvero aggregare e ricomporre sulle idee, in An».
È stato lei a tessere la tela di questa nuova maggioranza, 55 firme su 108?
«Non ci crederà, io non le avevo nemmeno contate. L’ho letto sui giornali...».
Infatti non ci credo.
«Il tessitore - involontario - di questa maggioranza, è Fini: è stato lui a permettere la scomposizione delle correnti. Quanto al rapporto fra persone come me, Maurizio, Alemanno o Storace... Be’, ci uniscono legami antichi di storia comune».
Queste prove di «ricomposizione» produrranno una nuova leadership?
«Se questo fosse stato l’obiettivo lo avremmo già realizzato all’Assemblea nazionale, che dice? Ora posso assicurare nessuno lavora per mettere Fini in maggioranza o minoranza».
Di fatto in direzione e all’Assemblea nazionale è stato «marcato» molto stretto...
«Potrà anche capitare che in futuro, su questioni importanti, sia Fini stesso a rimettersi alle decisioni della direzione. Inizia a funzionare lo Statuto...».
...che qualcuno definisce antidemocratico.
«Il testo lo conosco benissimo: l’ho scritto io».
E - ironia della sorte - in virtù di quei poteri le è stato revocato un incarico.
«Non misuro le cose sul metro del fatto personale. È uno degli statuti più presidenzialisti che esista, il più moderno».
In base al quale dirigenti come Gasparri e Alemanno non fanno parte della direzione?
«Furono alcuni di noi, all’epoca, a chiedere di non entrare. Ma credo che Fini non si sognerebbe mai di convocare la direzione senza i parlamentari».
Parliamo della fatidica «Caffetteria». Acqua passata?
«Non ho molto da dire. Quel dibattito è un caso-scuola di giornalismo spazzatura. L’inflazione del gossip».
Perché dice questo?
«Perché per una settimana sulla stampa italiana c’è stato un tritacarne che si alimentava di tre elementi: il detto, riportato da Il Tempo, che era già molto più della realtà».
Affermazione forte...
«Be’, se uno capisce fischi per fiaschi può accadere. Ma non è finita! C’era poi un non-detto, su cui si alimentavano tutte le fantasie: voci, illazioni».
Difficile smentire il non detto. Non c’era davvero altro?
«Ma certo! E smentisco anche il... detto apocrifo: veri e propri dialoghi di fantasia che ci sono stati attribuiti e che circolavano in parallelo».
Non è che i giornalisti abbiano fatto tutto da soli.
«Infatti io ce l’ho anche con chi, in An, ha preso per oro colato ciò che era assolutamente inventato, facendo sì che l’apparenza prevalesse sulla realtà».
Abbiamo detto tutto.
«In questa sede sì. Io per ora ci ho messo una pietra sopra, ma ci sono ancora 90 giorni per riflettere. In questo periodo spero che nessuno ci torni su».
Il termine legale per la querela, avvocato La Russa?
«Esattamente».
Però lei oggi era contento...
«Sì, perché dopo il gossip avvelenato ha vinto la politica. È stato una discussione vera, sul merito delle cose».
E il nodo delle candidature?
«Le voteremo in direzione, su una proposta che credo sarà chiara. Non credo che ci sanno problemi enormi. In Lombardia, per esempio, basterà applicare meccanismi di merito».
È così di buon umore da digerire anche la nomina della suo rivale storica, la Muscardini, a coordinatrice regionale?
«Non è un mistero che io non sempre apprezzi la sua sensibilità: io ho sempre fatto squadra, Cristina è una solista. Detto questo, dal punto di vista umano, siamo e restiamo amici».