È finito il monopolio del tifo

D ucati, Capirossi, Fisichella, Briatore. Altre novità? Su due o quattro ruote, quest’Italia che cerca il suo «made in» incomincia a farsi sentire con personaggi e interpreti diversi. Era ora. D’accordo la Ferrari, che nel cuore di molti sta, d’accordo Valentino che ancor di più scalda motori e teste, ma per tutto l’inverno ci siamo tormentati con quel matrimonio che si doveva fare assolutamente, Rossi&laRossa, perché soltanto così si poteva sventolare il tricolore, perché questa era, è, sarà la coppia più bella del mondo.
Ma a forza di sentir parlare italotedesco, francoitaliano e similari a Maranello e di vedere il fenomeno in sella sempre su roba con i nomi a mandorla, personalmente dico, non vedevo l’ora di qualche notizia fresca dal Bel Paese, tanto per divesificare la domanda e anche la risposta.
La Ducati apparteneva all’infanzia o adolescenza, dipende dagli anni di chi legge e di chi scrive. Della famiglia di Borgo Panigale si è saputo di ogni, dai tempi dell’industria elettrica a quella della radio, per andare appunto sulle motociclette. Capirossi sembra un rafforzativo del Valentino di cui sopra e si porta dalla nascita un nome da orchestra del liscio: Loris e la sua moto. Fisico Fisichella poi è un romano «der principato» e quel Flavio Billionaire infine, con l’accento gianduja e l’occhiale violaceo da Califfo Califano, profuma di ballo da sagra paesana più che da lapdance al billionaire smeraldesco. Tutti insieme hanno servito la Patria dei pistoni e dei cilindri, creando disturbi nervosi ai poteri forti (chissà che cosa sono poi), fratelli d’Italia a dimostrare che insomma non siamo poi da buttar via, come dice qualche catastrofista: i francesi della Renault ascoltino l’inno di Mameli, allonsenfants de l’Italie, e i giapponesi sappiano che in Emilia Romagna si costruiscono da sempre motociclette e uomini capaci di andare a mille, tra una piadina e un lambrusco.
Dunque anche l’ultima domenica di marzo ci ha regalato roba nostrana, la globalizzazione ogni tanto batte in testa, si torna a parlare la lingua madre. Non è patriottismo da balera, forse è un inizio di primavera. Lor signori di cui sopra avranno il tempo per riprendersi i titoli di prima pagina. Per oggi si accomodino in seconda fila.