Finocchiaro, la bella senatrice anti-Veltroni

Non è banalmente un «tipo» la catanese Anna Finocchiaro: è proprio bella. Senza tracce di nevrosi contemporanea, la senatrice ds ha una tranquilla muliebrità all'antica. Alta e morbida, tornita e levigata. È già uno spettacolo come appare in tv, col filo di perle al collo, i capelli neri, gli occhi chiari e la bocca vermiglia. Ma l'ideale sarebbe vederla illuminata da uno scintillio di lapilli dell'Etna, avvolta in un peplo che si gonfia lievemente sul seno, scende sinuoso sui fianchi e si affusola ai piedi della dea.
La senatrice è stata paragonata a Ségolène Royal. Il confronto non regge. Ségolène è acida e statuaria. Annuzza ha un sorriso solare e una grazia che emana tutti i profumi del mediterraneo. Dalle zagare ai limoni, dalle lumie al melograno. A renderla più affascinante, a badare bene, anche qualche aculeo del fico d'India. E questo ci riporta con le piante per terra. Si starebbe infatti ore a esaltare la bellezza della senatrice, ma il rilevante profilo politico che sta acquistando ci richiama all'ordine.
Anna è da alcune settimane candidata alla guida del futuro Partito democratico. È la prediletta di Max D'Alema, l'uomo più potente dei Ds. Ma in quanto donna è, a muso storto, accettata anche dai margheritini Romano Prodi e Francesco Rutelli che fanno delle pari opportunità una bandiera.
La candidatura della senatrice è circolata dopo l'osannato intervento di fine aprile nel congresso Ds di Firenze. Ma era stata accortamente preparata in febbraio da una sua intervista. Al giornalista che le chiedeva lumi sul fantomatico Pd, Annuzza ha replicato: «Spero diventi il partito delle donne e dei giovani. Con un leader fresco anche dal punto di vista anagrafico. E possibilmente di sesso femminile». Era il suo identikit. Di femminilità ne ha da vendere e, quanto a freschezza, è un balsamo. Appena 52 anni, portati come 40, agile di movimenti, celere di testa.
Al congresso di Firenze, l'ultimo Ds (il prossimo sarà Pd), il suo discorso è stato il più lodato con quello di Walter Veltroni. Un'arringa stringata, interrotta da 21 applausi. I fassiniani, che non la possono vedere - prima tra tutti, Anna Serafini, la moglie di Piero Fassino -, hanno sparso la voce che fosse tutta claque. Regista della superba accoglienza sarebbe stato D'Alema. Sono veleni di partito, del tutto incontrollabili.
Sta di fatto che quando Annuzza è andata al microfono è sceso il silenzio che, stando all'Apocalisse, precederà il Giudizio universale nella valle di Giosafat. Subito ha galvanizzato la platea chiedendo ai ds perplessi di andare coraggiosamente verso il nuovo Partito democratico. «Faremo come Temistocle - ha detto, memore degli studi classici nel Liceo Cutelli di Catania - che decide di affrontare per mare l'armata persiana anziché aspettarne l'arrivo dietro le spesse mura di Atene». Non si era ancora spento il battimani per questa colta evocazione, quando ha aggiunto: «Stavolta non siamo incalzati dalla storia, stavolta proviamo a farla noi la storia. Io non ho paura». E il Pala Mandela - questo il nome dell'area congressuale fiorentina - è venuto giù. Il suggestivo appello, evidente riferimento ai tempi in cui il Pci fu costretto a cambiare sigla con la caduta del Muro, è suonato anche come un'autocritica. Annuzza infatti, nel '90, fu contrarissima alla «svolta della Bolognina». Ma, aperta di mente com'è, la lezione le è servita e ora auspica che gli ex comunisti non arrivino al solito ultimi dopo avere sbagliato tutto.
Concluso il discorso, D'Alema è andato da lei e le ha detto: «Tu sei in corsa, io no». Era la consacrazione. Nel criptico linguaggio del Botteghino intendeva infatti dire: «Non io, ma tu sei la mia candidata alla guida del Pd». L'obiettivo di Max è solo evitare che la scelta cada su Veltroni. Walter è molto popolare per i suoi pasticcini verbali che spaziano dall'amore universale, alla Nuova frontiera, agli occhioni dei bambini africani, alla bellezza dell'alba. Di conseguenza, Max - che di poesia non capisce un piffero - non è affatto sicuro di batterlo in caso di confronto diretto. Così manda avanti la senatrice dal bel sorriso la cui oratoria irta di emozioni rivaleggia con quella veltroniana. Se gli riesce di piazzarla, è sicuro di governare il Pd per interposta persona.
Annuzza, infatti, adora D'Alema cui deve molto. Fu lui a volerla ministro delle Pari opportunità nel governo Prodi del '96 e ad annunciarle la nomina. Stava passeggiando per Via Etnea, il corso di Catania, quando squillò il cellulare. Era Max. «Sei ministro», le comunicò e lei, groppo alla gola, balbettò ai giornalisti: «Ringrazio l'onorevole D'Alema che ha avuto fiducia in me». Un giorno il vostro cronista le disse: «Dicono che lei sia amatissima da D'Alema». Ebbe un lieve rossore. Poi replicò compiaciuta: «L'onorevole D'Alema non concepisce sentimenti del genere. Lavoriamo insieme ma senza sentimentalismi, né paternalismi. Il nostro è un rapporto alla pari». Il cronista se la bevve. Ma non la beve Livia Turco che, appena si è profilata la candidatura Finocchiaro per il Pd, le ha mandato a dire: «D'accordo su una donna, ma non strumentalizzata dagli uomini. Ci dobbiamo far valere per quel che siamo, non perché un personaggio influente decide che è ora che veniamo buttate in pista». Se la vedranno loro.
Nella sua attuale veste di presidente dei senatori dell'Ulivo, ds e margheritini, Annuzza si è fatta una certa esperienza sulla convivenza tra i due gruppi che formeranno il futuro Pd. È vero che combina qualche pasticcio come quando all'inizio dell'anno il governo andò sotto in politica estera e il Senato approvò una mozione del leghista Calderoli. Ma ce la mette tutta e fa anche il possibile per non apparire settaria. Alcuni anni fa, appreso che il Cav, allora premier, era stato assolto in uno dei suoi processi, si distinse dai molti ds che schiumavano di rabbia, dicendo: «Mi fa piacere per l'Italia». Quando a Catania fu ucciso dai tifosi l'ispettore Filippo Raciti fu l'unica a telefonare al sindaco Scapagnini di Fi, per dirgli: «Al di là delle differenze politiche, sappi che sono al tuo fianco per difendere la città».
Di carattere equilibrato, le viene attribuita un'unica acidità e solo per eccesso di dalemismo. Si tratta di un si dice, ormai lontano nel tempo. Verso la fine degli anni Novanta Enzo Bianco, altro catanese, era già favorevole al partito unico della sinistra e lo ripeteva ossessivamente. La cosa stizziva D'Alema che, all'epoca, non voleva invece saperne. Allora lei, che di Max è l'amazzone, avrebbe punito il petulante con un'indispettita insinuazione: «Enzo, dicono che la tua casa di Roma sia costata vari miliardi». Il tono allusivo sottintendeva: «Dove li hai presi?».
Annuzza è nata a Modica nel ragusano ma giunse giovanissima a Catania. Seguì le orme del babbo magistrato e indossò la toga a 25 anni. Si iscrisse subito a Md, la corrente dei giudici comunisti. È stata pretore e pm per sette anni. Poi lasciò le pandette per il Parlamento dove siede da quattro lustri esatti. Al Pci si iscrisse a 18 anni. La sua sezione, Ruggiero Greco, era ingraiana, cioè pura e dura. L'arrivo della deliziosa fanciullina ringalluzzì gli uomini e immusonì le donne. La prese sotto la sua ala, Peppino Gelardi, l'ex comandante dei vigili urbani catanesi, comunistone e presidente di Italia-Urss, che la sostenne in tutti i modi. L'ebbe in antipatia Adriana Laudani, segretario provinciale del Pci e deputato regionale. Tra carezze e schiaffi si è fatta le ossa. Nel mezzo, ha infilato il suo felice matrimonio col ginecologo, Melchiorre Fidelbo. Sposati da un quarto di secolo hanno due figlie. Lui è un suo fan a 180 gradi. Politicamente, l'ha incoraggiata a entrare in Parlamento nonostante fosse incinta. Poi ha badato alle bimbe in sua assenza. Come donna, essendo sano di mente, la idolatra. «Melchiorre adora vedermi sfilare per lui», ha confidato la senatrice.
Giunta in Parlamento, Annuzza ha attirato i colleghi come una coppa di miele le api. A parte qualche lumacone, respinto con sdegno femminista, molti hanno fatto la fila ostentando elevati sentimenti, pur di starle vicini. D'Alema ha fatto breccia parlandole di politica. Fassino le ha affidato il settore giustizia del partito. Luciano Violante l'ha iniziata agli scrittori ebraici, avviando un rapporto particolare per il comune passato da magistrati. Un feeling di prim'ordine è nato anche col legale del Cav, Gaetano Pecorella, ma sempre con lo schermo dei codici. Tutti sono rimasti avvolti nelle spire delle Muratti che la senatrice fuma a ripetizione e hanno inalato di buon grado. Quando un giornalista le ha chiesto se, dopo venti anni di questo ronzio, è tuttora corteggiata, Annuzza ha civettato: «Alla mia età sei roba da amatori. Se poi hai raggiunto una certa autorevolezza, il cretino che prima si faceva avanti, ora non si azzarda». Melchiorre si rilassi: è in una botte di ferro.
Giancarlo Perna