Finscher svela il vero Haydn senza falsi romanticismi

Il critico tedesco ha tolto al grande compositore la patina da Sturm und Drang

Ludwig Finscher, che ha ricevuto il premio Balzan 2006 per la storia della musica occidentale del XVII secolo, è noto al gran pubblico più come direttore editoriale della nuova enciclopedia Die musik che come storico originale, perché la sua erudizione è tale da non poter essere popolare. I suoi scritti hanno visto la luce presso editori specializzati: il monumentale Haydn und seine Zeit presso Laaber (2000) e la preziosa raccolta Geschichte und Geschichten presso Schott (2003). L’opera su Haydn non eguaglia per lunghezza i cinque volumi di H.C. Robbins Landon, degli anni ’70, ma li supera in precisione.
Un solo esempio per mostrare il metodo di Finscher. Robbins Landon vedeva in una delle frasi preferite di Haydn (a volta innalzata a tema principale) un equivalente in musica dello Sturm und Drang letterario. Si tratta di una successione discendente di note in tono minore che ha effetti drammatici. Già nel 1975 Luigi Della Croce di Dojola (Le 107 sinfonie di Haydn) aveva avvertito che «in realtà si tratta di un modulo espressivo tipico dei compositori classici e soprattutto di Filippo Emanuele Bach, maestro spirituale di Haydn». Finscher non ricorda Della Croce, ma fa un’analisi circostanziata della questione, citando una quantità di musicisti a noi sconosciuti, e conclude che «il rapporto fra lo Sturm und Drang letterario e il nuovo tono di un gruppo di compositori è insostenibile». Per mia maggior delizia sostiene che anche in letteratura l’importanza dello Sturm und Drang è sopravvalutata. (Io sostengo che lo Sturm und Drang non è mai esistito, ma che è importantissimo per la letteratura secondaria a cui ha dato luogo. Fu inventato dagli storici hegeliani per dare anche alla storia letteraria un ritmo triadico: Sturm und Drang la tesi, Klassik l’antitesi, Romantik la sintesi).
Altra precisazione fondamentale. Lo strazio tonale di Gesualdo da Venosa, dopo che ebbe ucciso la prima moglie, il suo amante e, probabilmente, il frutto della colpa, prelude forse all’atonalità del ’900? È una bufala affacciatasi intorno al 1961. Da giovane Gesualdo era un conservatore nel campo della musica modale, che non ha a che fare colla tonalità; molto più tardi introdusse i suoi disaccordi strazianti negli ultimi libri dei madrigali, influenzato dal manierismo di G.B. Marino.
Ma lo sfoggio di erudizione del Finscher raggiunge il culmine a proposito della celebre aria dell’Orfeo di Gluck «Che farò senza Euridice?». Tutti noi ricordiamo lo Hanslick (Il bello in musica, 1854) secondo il quale il motivo di quell’aria si addice altrettanto bene allo sconforto di «j’ai perdu mon Euridice» quanto alla gioia di «j’ai trouvé mon Euridice». Ma il Finscher non si limita a dare un giudizio equilibrato: cita decine e decine di autori che aderiscono all’opinione di Hanslick o al suo contrario (a cominciare da Rousseau che ascoltò l’Orfeo 40 volte) aggiungendo di suo gli argomenti più vari: ad esempio gli ornamenti che i cantanti erano soliti aggiungere e che potevano dare all’aria un tono diverso da quello voluto da Gluck.
Storia della musica o erudizione musicale? La storia della musica si nutre di musicologia perché la musica oltre che un’arte è una scienza (fa parte del «quadrivio» di Marciano Capella). Al tempo stesso la musica è un’arte a cui tendono tutte le altre arti; e come arte non è oggetto di scienza, bensì di critica. Il più grande critico musicale mai vissuto, a mio parere, fu un musicista influenzato letterariamente da Jean Paul: Robert Schumann. E un esempio del suo metodo è la recensione del Profeta di Meyerbeer (1849): data dell’esecuzione e una croce.
Schumann a volte era ingiusto, o troppo generoso (ad esempio con Mendelssohn), ma altre volte vedeva giusto (da Schubert a Brahms); e fondeva il critico col compositore. Charles Rosen ci ha rivelato ad esempio che scriveva anche note che il pianista doveva leggere ma non suonare, come guida per l’interpretazione. Fu critico e autocritico (tanto da farsi ricoverare in manicomio volontariamente). Ma Finscher raggiunge a sua volta, pur nell’erudizione, una sorta di genialità. Il Comitato premi della Balzan - che già ebbe mano felice con due musicisti, Hindemith e Ligeti - si trovava di fronte a una difficile scelta di metodo, e ha scelto con coraggio la musicologia: scienza esatta di un’arte che, dal XVII al XIX secolo, ha fatto della civiltà europea un unicum assoluto.