La finta guerra tra Lega e Pdl

In un’Italia attonita e dolente per il disastro che ha colpito l’Abruzzo sono ricomparse alcune polemiche politiche cui ha dato voce, tra gli altri, Angelo Panebianco sul Corriere della sera. Non essendoci più, di fatto, l’opposizione del Pd Panebianco parla di una presunta concorrenza tra la Lega e il Popolo della libertà per una nuova egemonia che avrebbe anche un suo riferimento sociale, e cioè la classe media indipendente settentrionale e la sua rappresentanza politica. Il Lombardo-Veneto sarebbe il luogo di questo scontro.
Ci sconcerta non solo il linguaggio «geografico» di tipo risorgimentale, ma più ancora la sostanza di questa presunta lotta all’interno della coalizione di governo. Che la Lega nelle sue zone di maggiore insediamento tenti di tesaurizzare al massimo il proprio radicamento territoriale è fuor di dubbio. Lo fa con insistenza e con tenacia, potendo disporre di una classe dirigente formatasi sul territorio secondo gli schemi antichi della militanza. Di qui, però, immaginare un suo tentativo di diventare egemone sul Popolo della libertà più che un’esagerazione ci sembra una sciocchezza.
La Lega Nord è un partito presente in un terzo delle regioni italiane e anche se in quei territori c’è la massima concentrazione della ricchezza produttiva e finanziaria nazionale, resta pur sempre un partito regionale che non avrà mai la forza politica per guidare il Paese, mentre il Pdl è e resta il più grande partito nazionale. Insomma, in radice non c’è partita.
D’altro canto proprio quanti perseguono in Italia il disegno di uno Stato federale, che peraltro non ci sarà mai, sanno che in quel caso sono più che mai necessarie forze politiche nazionali, così come testimoniano da sempre gli Stati Uniti e la Germania, Stati federali per eccellenza. Senza forze politiche nazionali che ne rappresentano il cemento le istituzioni federate, infatti, scivolerebbero lentamente verso la separatezza che per l’Italia significherebbe tornare al vecchio Congresso di Vienna. Ma se, per pura ipotesi, la Lega dovesse intraprendere la strada per diventare essa stessa una forza politica nazionale, perderebbe gran parte del suo consenso elettorale. La sua base sociale, infatti, è stata cresciuta e alimentata con l’idea di una sua diversità quasi genetica, costretta a coabitare con un centro Italia statalista e un Mezzogiorno incapace di governarsi da solo e pieno zeppo di criminalità, indolenza e assistenzialismo. Una sua trasformazione in partito nazionale farebbe venir meno, dunque, l’identità propria della Lega Nord.
Tutto questo naturalmente non significa che Bossi, un po’ strizzando l’occhio al Pd e un po’ minacciando di andare alle prossime amministrative da solo, non tenti di recuperare continuamente posizioni di forza. Ma qui si pone il problema per il Pdl di una maggiore consapevolezza della propria forza che non dovrebbe fargli temere di andare, se la corda si dovesse spezzare, al primo turno delle amministrative anche da solo. La Lega infatti non può comunque cambiare alleanza, perché questo segnerebbe l’inizio della propria fine. Quel che Panebianco chiama con un neologismo sociale la classe media indipendente del Lombardo-Veneto tutto potrebbe accettare, infatti, tranne che farsi governare dagli ex comunisti, come hanno testimoniato quelle popolazioni in 60 anni di vita repubblicana. Non c’è dunque nella coalizione di governo alcuna lotta per l’egemonia perché essa è risolta in radice.
Resta naturalmente lo sforzo che il Pdl deve fare per riscoprire una nuova militanza e per darsi, partendo da tradizioni politiche diverse, un nuovo profilo identitario capace di far sopravvivere il partito anche quando Berlusconi dovesse essere chiamato a compiti istituzionali diversi o dovesse decidere di abbandonare la vita politica. Tutto ciò sarà possibile solo se verrà messa da parte la pratica della cooptazione che genera cortigianeria e mediocrità e che, alla lunga, sarebbe decisamente perdente.