Un finto Fantozzi con gli occchi azzurri

IL BANDITO DAGLI OCCHI AZZURRI (Italia 1980) di Alfredo Giannetti con Franco Nero, Dalila Di Lazzaro, Fabrizio Bentivoglio - 98.

Perché non assegnare la «cittadinanza onoraria cinematografica genovese» al buon Franco Nero? Solo il mito d'altri tempi Gilberto Govi lo appaia per numero di film girati da protagonista nella Superba: ben quattro. Per i maligni peraltro poteva anche evitare tale impegno. In questo giallo dimenticabile interpreta Renzo Dominici, tizio solitario ed atletico (gay senza saperlo?) che si inventa una doppia vita per realizzare una rapina e fuggirsene garrulo ai Caraibi con il malloppo. «Colpa» della madre, rigida e fatalista quando era piccolo («Noi siamo poveri, i poveri hanno il destino segnato»), internata in una casa di cura oggi («Perché non ti decidi a morire, perché non mi lasci vivere la mia vita? Ne ho diritto, mamma»). Si camuffa da storpio, usa parrucca e lenti a contatto scure, occhiali da Nerd e va a fare l'impiegato modello, mite e dimesso, nell'archivio di una grande azienda, come sognava mammà. Il finto Fantozzi intende fregarsi due miliardi e mezzo. Ci riuscirà in modo esageratamente rocambolesco…lo scoprono a ripetizione, nell'ordine: Rik, (Fabrizio Bentivoglio all'esordio) inserviente gay in una sauna equivoca, la disinibita me sempre vestita Stella (Dalila Di Lazzaro) inserviente della mensa aziendale, il responsabile della stessa (con voce di De Niro!), che pure la mantiene e l'amante lavapiatti; una guardia giurata che cerca di fregargli la grana, i compari di Rik, la polizia, avvertita da una suora dell'istituto che ospita la madre schizzata (rieccola!) che aveva riconosciuto il figlio dall'identikit sul giornale. W la fantasia o… è delirio?
Alfredo Giannetti («Giorno per giorno disperatamente», «Correva l'anno di grazia 1870»), sceneggiatore di Pietro Germi, non pare interessarsi troppo alla psicologia dei personaggi e spreca il film. Di Genova mostra in sordina i soliti posti: il centro, piazza De Ferrari, il porto, corso Saffi, la sopraelevata, corso Gastaldi e poco altro. Più interessanti il ponte di Terralba (dal quale «vola» la guardia giurata), l'esterno dell'Albergo dei Poveri (ricovero della madre) e Via Brignole De Ferrari presa dalla sommità, come a significare un transito verso il futuro. L'azienda è piazzata nello scempistico quartiere della Regione.
Il film ha ritmo e musiche di Morricone ma non basta. È costruito su misura per il baffuto macho Franco Nero, dignitoso come sempre; se uscisse oggi si farebbero follie per il giovane esordiente F. Bentivoglio: inaspettatamente bello ed androgino, leccato, ambiguità funzionale al ruolo. La Di Lazzaro, fine e poco carnale, c'entra poco. Dopo un deludente amplesso con il lavapiatti (cerca invano di evitarne la conclusione con un «pensa a tua nonna morta»!) va a sedersi in grembo al finto impiegato zoppo e… allibito: «l'altra notte ho sognato che io e te facevamo delle cosine, ti dispiace?». Gli sventola sotto il naso le rosse mutandine esclamando «dammi un bacino, dai, tira fuori la linguetta». Ridicolo, improponibile. Senza volerlo, il che è peggio.
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