Il finto riformista Veltroni non vuole nemici a sinistra

L’Italia è un Paese sempre in piazza. C’è sempre un motivo (non) valido per scendere in piazza a manifestare. La sinistra è la cattiva maestra impareggiabile della materia. Negli ultimi tempi il centrodestra ha recuperato terreno, ma la sua scelta dei cortei è dettata più dalla necessità di difendere la verità o, meglio, la realtà dei fatti, piuttosto che dalla volontà di manifestare.
La contromanifestazione del 20 ottobre è, da questo punto di vista, non solo giusta, ma doverosa perché difende una buona legge e il nome di un uomo che è morto per servire lo Stato, ossia gli italiani. Davanti a Marco Biagi, davanti al suo valore, al suo lavoro, alla sua dedizione e al suo sacrificio estremo, ci si toglie il cappello. Resta, invece, la grave anomalia di una sinistra che pur essendo al governo scende in piazza per chiedere al suo governo di cambiare la riforma per la quale il giuslavorista è stato ucciso dai terroristi delle Brigate rosse. Una sfida che riguarda il governo, non c’è dubbio, ma ancor di più colpisce al cuore il neonato Partito democratico e il suo leader, quel Walter Veltroni che a Torino, accettando la candidatura alla guida del Pd, fece un discorso che tutti definirono «riformista».
Oggi dov’è quella politica riformista tanto teorizzata e tanto annunciata? Si possono ascoltare parole di verità che sbugiardino la campagna mistificatoria che la sinistra radicale da tempo porta avanti non solo sulla legge Biagi, ma su ogni opera di riforma del mercato del lavoro? Per Veltroni la legge che porta il nome di Marco Biagi è - tanto per usare un’espressione che il sindaco di Roma usa e di cui abusa - un valore? L’autunno caldo è già qui. Le sorti del governo, quale che sia il suo destino contingente, sono già segnate da tempo. Il Pd dovrebbe essere, invece, quella forza politica capace di aprire a sinistra una nuova stagione, se non una nuova epoca.
La sfida di Rifondazione e, in generale, della sinistra radicale e massimalista ha due obiettivi. Uno è immediato e facilmente intuibile: il timone del governo. L’altro è proprio il partito veltroniano sul quale l’offensiva voluta dal partito bertinottiano contro la legge Biagi pende come una spada di Damocle quanto mai affilata. Veltroni piuttosto che subire le oscillazioni della spada, dovrebbe afferrare l’arma e usarla per tagliare il nodo gordiano che tiene unite in modo insano le due sinistre e blocca un intero Paese su problemi e dibattiti che le altre democrazie avanzate d’Europa hanno da tempo affrontato.
Ma Veltroni non è un cuor di leone e, soprattutto, non è il leader di una forza politica autenticamente riformista. Il riformismo del partito veltroniano è solo cinematografico. Si tratta di effetti speciali e battute studiate per un copione di un film già visto tante volte.
Tutta la storia della sinistra italiana si regge su questo caposaldo: nessun nemico a sinistra. Anche il film veltroniano è ispirato a questa legge di natura della sinistra che può portare a dei distinguo e a delle differenze, ma mai a vere rotture politiche e culturali.
Il 20 ottobre ci sarà chi manifesterà contro la legge Biagi: Rifondazione, i massimalisti, i noglobal. Ci sarà chi manifesterà in difesa di Biagi e della legge che porta il suo nome: il centrodestra. Il Pd sarà alla finestra nella parte del partito inutile.