Il finto Riina ammette: «Provenzano, il boss con una marcia in più»

da Roma

Il confronto è singolare. E a suo modo - sebbene solo virtuale - del tutto inedito. Come se il più famigerato dei boss mafiosi si misurasse col più feroce. Ma in un confronto esclusivamente televisivo. Claudio Gioè, apprezzato interprete di Totò Riina nella recente fiction Il capo dei capi, osserva Michele Placido, applaudito interprete di Bernardo Provenzano in L'ultimo padrino, seguendo per noi la fiction di Marco Risi prodotta dalla Taodue e andata in onda ieri sera su Canale 5 (l’ultima puntata stasera). Le due diverse facce della stessa, malefica medaglia.
La prima è una domanda inevitabile: che impressione le ha fatto L'ultimo Padrino?
«Mi pare una fiction eccellente. Con al centro una grande interpretazione. Placido costruisce da maestro un ritratto frutto di osservazioni meticolosissime e di raffinato cesello, consegnandoci un Provenzano ora umano ora disumano, profondamente ambiguo e dunque, per questo, ancor più spaventoso».
Sia pure tramite la mediazione televisiva, quali le differenze fra i due boss da voi interpretati?
«Simili nella formazione - s’erano affermati entrambi come soldati della mafia: Riina capo operativo della banda di Liggio, Provenzano autore della maggior parte degli omicidi dei Corleonesi -, detennero il potere con stili opposti. Riina era uomo d’azione, affrontava uomini e istituzioni. Provenzano preferiva operare nell’ombra, mediare, trattare, e poi colpire. Da questo punto di vista il secondo ebbe una marcia in più, rispetto al primo: Riina, ad esempio, non volle mai avere a che fare con le cooperative rosse, perché odiava i comunisti; Provenzano invece faceva affari con tutti, perché riteneva gli uomini politici tutti uguali».
Come si costruiscono personaggi come questi: conosciutissimi eppure misteriosi?
«Io sono partito innanzitutto dalla sceneggiatura. Poi ho letto molti testi, scorso i verbali dei testimoni, visionato i filmati di Riina al processo d’assise e a confronto con alcuni pentiti. E tutto questo mi è servito per intuire, intravedere la sostanza umana, al di là del dato tecnico. Infine è il gusto, la personalità dell’interprete a fare il resto».
Generalmente gli attori preferiscono i panni del cattivo rispetto a quelli del buono. Ne consegue che due mostri simili siano due grandi occasioni?
«Qualsiasi ruolo estremo è particolarmente attraente, per un attore. Però, attenzione: non rischiamo lo stereotipo. Sui cattivi persiste un equivoco: ogni cattivo, infatti, è principalmente un uomo. E l’attore deve sempre ricordarlo: non siamo chiamati ad interpretare degli alieni, ma uomini che, almeno all’inizio, erano come tutti gli altri. E che sono cambiati strada facendo».
Equivoco che forse è anche alla base delle polemiche che hanno accompagnato Il capo dei capi e già seguono L'ultimo padrino: il fascino - perverso, e dunque insidioso - di due eroi tanto negativi.
«Su questo tema c’è un tabù culturale. Forse perché ci fa paura, pensiamo che il male sia qualcosa da relegare lontano, in un territorio inumano. E invece no: il male fa parte dell’uomo. Negarlo significa favorirne la diffusione. I mostri hanno un aspetto umano: proprio per questo si mimetizzano così bene. Coloro che s’indignano davanti a fiction come Il capo dei capi o L'ultimo padrino, non capiscono che finché non avremo il coraggio di guardarli in faccia, questi mostri, non riusciremo mai a combatterli».
E chi contestava al suo Riina di essere troppo magnetico?
«Il magnetismo di Riina non l’ho inventato io. Sta nei libri di storia, nelle testimonianze dei pentiti. Andate a chiederlo a loro, se quello non era un uomo affascinante. Quando però questo magnetismo è inquadrato nel contesto giusto, in un racconto cioè che rivela che proprio esso è alla base di atti orribili e assassinii efferati, allora il suo potere viene immediatamente disinnescato».
Che cosa pensa della religiosità esibita da Provenzano, che ha stupito tutti e di cui la fiction dà fedelmente conto?
«Una mania da analisi psichiatrica. Alcuni pentiti hanno raccontato che, per difendere la propria latitanza, Provenzano andava in giro anche vestito da cardinale. Erano loro i primi a sentirsene in imbarazzo».
In questi giorni in teatro, interpretando L'istruttoria sull’assassinio di Pippo Fava, lei torna sugli stessi argomenti. Che significato hanno per lei?
«Quelli di cui abbiamo parlato finora. L’umanità dei mafiosi è la chiave di volta di tutto. Non puoi combattere gli assassini, senza capire che quegli assassini sono cresciuti in mezzo a noi».