È un finto scandalo l’horror "Sete" col prete vampiro

In concorso a Cannes il nuovo film del sudcoreano Chan-Wook

Cannes - Dopo l’inaugurazione così con un film fuori concorso, «Up», ieri il Festival ha aperto la competizione con film ben più rarefatti. Per la Palma d’oro concorre Notte d’ebbrezza primaverile di Lu Ye, una sorta di Jules e Jim invertito in Cina, dal sesso gayo esplicito, ma noioso come prima caratteristica. Concorre anche Fish Tank di Andrea Arnold, una sorta di 400 colpi (Truffaut è evocatissimo in questo Festival per il cinquantenario proprio dei 400 colpi), protagonista una quindicenne che ama l’amante della madre e cerca il riscatto nel rap. A proposito: con musica e cinema più o meno clandestino cercano di ampliare i confini culturali dell’Iran i ragazzi del film che, sempre ieri, ha inaugurato l’altra rassegna, Un certain regard: Gatti persiani di Bahman Ghobadi, opera d’impronta morettiana ambientata a Teheran, ma di produzione francese.
Ma torniamo al concorso. Scandalo annunciato, il film più atteso della giornata, Sete di Park Chan-Wook, s’è dimostrato un falso allarme: infatti presentava dove un prete cattolico s’ammala, muore e risorge, facendo credere nel miracolo. Solo che lui è diventato un vampiro: con la stessa dedizione con la quale faceva il bene, ora fa il male, infrangendo l’uno dopo l’altro i dieci comandamenti.

Sete è comunque l’unico di questi titoli che avrà pubblico in Italia, visto il buon esito degli altri film di Park Chan-Wook, regista ignoto agli adulti ma caro ai ragazzi, almeno a quelli che si sottraggono alla playstation. Twilight ha confermato coi suoi incassi che il vampiro tira più che un carro di buoi, e questa trazione funziona non solo per il pubblico maschile. Per la versione francese di Sete s’è enfatizzato col sottotitolo, «Ceci est mon sang» («Questo è il mio sangue»), che evoca il momento della transustanziazione nella messa, il lato blasfemo della vicenda. Si ripete - nulla di nuovo se non quello che s’è dimenticato - l’operazione riuscita con L’esorcista di Friedkin e con Nosferatu di Herzog. Per sopravvivere alla crisi del cinema, aggravata dalla crisi economica, i grossi Festival s’adattano. Che cos’altro potrebbero fare? Hanno davanti giornali dediti alla diffusione dell’osceno anche quando fingono di biasimarlo; un pubblico incline a guardare gli spettacoli non come tali, ma come presunta realtà spiata dal buco della serratura. A questo punto l’esigua cinefilia, con le sue residue illusioni fa solo tenerezza.