La finzione del rigore

Una spessa cortina fumogena avvolge, in questi giorni, la situazione dei conti dello Stato con la presumibile speranza del nuovo governo che nella confusione anneghino realtà e responsabilità e, nell'indeterminatezza di chi e perché decide cosa, gli italiani si ritrovino a pagare, non si sa cosa, né per colpa di chi.
Solo due mesi fa l'Unione Europea, per bocca del Commissario Almunia, approvava la manovra italiana di finanza pubblica per il 2006 presentata dall'allora ministro dell'Economia Tremonti giudicandola coerente e sostenibile qualora tutte le misure decise fossero attuate nel corso dell'anno. Oggi, passate otto, diconsi otto, settimane, la stessa Unione Europea paventa che la sostenibilità è a rischio e che la stima di disavanzo corrente è salita dal 3,8% al 4,1% del Pil.
Ma da allora ad oggi sono trascorsi appena 60 giorni, manca ancora più di metà anno al momento dei consuntivi e non si è deciso di spendere nulla che non fosse previsto, dato che il Parlamento non c'era e dunque non poteva legiferare.
Ed allora i casi sono due: o il commissario Almunia è un pazzo per aver detto nel giro di poche settimane una cosa ed il suo contrario; oppure nonostante la confusione, ad Almunia comincia ad esser chiaro che il nuovo governo entrante abbandonerà parte delle misure taglia spese previste dalla finanziaria del governo uscente e ciò rende non più sostenibile ciò che solo 2 mesi fa lo era.
La prova sta nei mugugni che trapelano dalle stanze del ministero dell'Economia. Il nuovo inquilino, Tommaso Padoa Schioppa, che quanto a governo dell'Economia sa il fatto suo, intende il rischio che il Paese corre in queste settimane. Il rischio è che il primo messaggio di governo dell'Economia del governo Prodi sia un falso segnale sul fronte del rigore proprio nei due versanti, la lotta all'evasione fiscale e la spesa sanitaria, che preoccupano di più per i risultati da raggiungere, ma anche perché si tratta probabilmente dei due versanti sui quali per una volta si era riusciti a introdurre, non un'una tantum, ma un metodo ed un meccanismo automatico e permanente di controllo e di responsabilizzazione della spesa pubblica, per rispettare il patto di stabilità interno, ovvero i limiti di spesa degli enti locali e decentrati.
La legge finanziaria in vigore, infatti, ha previsto norme severe alle spese di Regioni e enti locali, con tagli alla spesa corrente dei primi del 3,8% e dei secondi pari al 6,5% rispetto al 2004. Non solo, ma sulla spesa sanitaria, il vero «cavallo imbizzarrito» della finanza pubblica, ha introdotto un controllo duro per il quale, o entro il 31 maggio prossimo le Regioni che sfondano le previsioni presentano piani di rientro di spesa entro l'anno, oppure scatta il licenziamento dei direttori sanitari e il commissariamento da parte del governo centrale.
Un altro provvedimento, poi, quello che riordina la riscossione delle imposte, introduce stabilmente un principio di corresponsabilizzazione della spesa dei Comuni, in attuazione del federalismo fiscale, affidando ad essi il potere di scovare evasori fiscali nei loro territori, tenere per sé il 30% delle imposte scoperte e dunque di recuperare da lì gli eventuali fondi per finanziare spese per i loro cittadini.
Come si vede non si tratta di provvedimenti tampone, episodici, segno di incapacità di governare; sono, come si suol dire in gergo tecnico, riforme strutturali, del genere di quelle che chiedono l'Europa, l'Ocse, il Fondo monetario. Ed allora sarebbe davvero esiziale se fossero proprio quelle a pagare il costo delle ragioni della politica.
Certo, è difficile per Regioni di sinistra accettare che un ministro della Salute di sinistra, voglia dare, come sta accadendo, sostanza di rigore e serietà alla sua politica di governo della spesa sanitaria. Così come è indigesto che i comuni che vogliano continuare a spendere per concerti rock, viaggi e rappresentanza, siano costretti anche a trovare con le loro mani sul fronte dell'evasione fiscale nel loro territorio i denari che fino a ieri potevano chiedere semplicemente a Roma. Ma la responsabilità della politica è anche questa, se non principalmente questa. Al nuovo governo non piacciono queste norme? Le cambi, ne ha facoltà, ma salvi il principio dell'intervento strutturale.