La Fiom ribalta a mare la salvezza di Fincantieri

(...) Eppure, l’intervista in qualche modo storica di Bono pubblicata ieri dal Giornale e dal Secolo XIX - che fra l’altro aveva una mano tesa al sindacato, con l’invito anche ai duri della Fiom, i metalmeccanici della Cgil, a parlare della necessità di una nuova mentalità per una nuova Italia - anzichè scatenare raffiche di reazioni entusiaste, riceve gelo.
Dal mondo politico, un rumorosissimo silenzio, con i più straordinari produttori di comunicati stampa stavolta inerti, senza soluzione di continuità fra centrodestra e centrosinistra. Mentre il consigliere regionale del Pdl Alessio Saso auspica collaborazione fra tutti i sindacati e presenta una mozione. Ma parla di Pomigliano.
Dal mondo sindacale, il segretario comprensoriale della Fiom Sergio Ghio si schiera contro la frase di Bono sul fatto che non si può considerare un licenziamento un eventuale trasferimento a una sede distante cinquanta chilometri («Conferma l’ipotesi di chiusura dello stabilimento di Riva Trigoso»); il leader dei duri Sergio Cremaschi aveva già messo le mani avanti durante un convegno del giorno precedente: «Non vorrei che in Fincantieri si scegliesse il modello Marchionne, che scarica sui lavoratori i problemi».
Insomma, anche solo nominare Marchionne (e Bono) fa paura ai conservatori di tutti i colori. Ma, nel frattempo, si muove anche il governo. Ieri, c’è stato un primo incontro sui problemi della cantieristica con il neoministro Paolo Romani che, pur avendo avuto un esito interlocutorio, ha comunque confermato gli impegni per le commesse dei pattugliatori e delle navi multiruolo, impegni festeggiati con «soddisfazione» dal coordinatore regionale del Pdl Michele Scandroglio. Ma, soprattutto, Romani ha messo sul tavolo il fatto che occorre affrontare ogni crisi locale con ricette differenziate e, quindi, per la Genova e la Liguria, ci sarà il coinvolgimento di Regione e Comune.
Il problema è che sono gli stessi Regione e Comune che avrebbero dovuto trovare una soluzioni per le aree necessarie per la sua Asg, chieste da mesi e mesi e non ancora trovate, nonostante porterebbero centinaia di posti di lavoro: «Noi non vogliamo andarcene - ha spiegato Vittorio Malacalza, patron di Asg - ma vogliamo fare impresa e i tempi dell’impresa non sono quelli della politica e del consenso». Tradotto, significa che anche Asg, se gli spazi non si trovano, potrebbe fare le valigie in direzioni di altre regioni e altre città che non aspettano altro.
Insomma, la Liguria rischia di morire. E non ci si accorge del salvagente costituito da un nuovo patto sociale, che magari imporrebbe qualche sacrificio, ma che salverebbe le aziende, regalando un lavoro migliore.
Come dire? Da un male, può nascere un bene: ex malo bonum. Anzi, in questo caso, ex malo Bono (Giuseppe).