La Fiom sfiducia Cgil e Palazzo Chigi

I metalmeccanici contro l’intesa sul welfare fra sindacati e governo. È il primo strappo in 61 anni. Rinaldini: "Sulle pensioni scelte incomprensibili"

Roma - Se non è la nascita della quarta confederazione poco ci manca. Il comitato centrale della Fiom-Cgil ha confermato lo strappo da Guglielmo Epifani, bocciando il protocollo sul Welfare che i sindacati, compresa la Cgil, avevano firmato in luglio. Un gesto di sfida nei confronti della casa madre, tanto che alla Fiom c’è chi ha parlato di un 11 settembre per Corso d’Italia. Ma anche un atto di sfiducia nei confronti del governo di centrosinistra, che un pezzo di maggioranza, Rifondazione comunista e Comunisti italiani, ha deciso di assecondare garantendo ai metalmeccanici guidati da Gianni Rinaldini sostegno in Parlamento e nelle piazze.

Il voto di ieri era largamente atteso. Gli equilibri della Fiom, tutti spostati a sinistra, sono confermati dai numeri: 125 sì alla linea del segretario generale su 159 componenti. Il documento dei riformisti, presentato da Fausto Durante, si è fermato a 31 consensi. Nella storia della Cgil non era mai successo che un’intera categoria respingesse un accordo confederale. I dissensi della Fiom, frequenti dagli anni Novanta, venivano di solito circoscritti con la formula della «presa d’atto» e il rinvio «alla valutazione dei lavoratori».

Questa volta le tute blu della Cgil hanno deciso di non aspettare il referendum tra i lavoratori che si terrà in ottobre. E hanno già espresso il loro «no» al superamento dello scalone previsto dalla riforma previdenziale Maroni perché il meccanismo delle quote è «incomprensibile». Respinta anche la «clausola di salvaguardia» che prevede un aumento dei contributi pagati dai lavoratori se non si realizzeranno i risparmi previsti con la razionalizzazione degli enti previdenziali, alla quale il governo sta già lavorando e che dovrebbe portare a 3,5 miliardi in 10 anni. Critiche al protocollo anche per la sostanziale conferma della legge Biagi e il mancato giro di vite sui contratti a termine.

Merito a parte, il voto della Fiom ha provocato un terremoto che non ha risparmiato nessuno. L’intesa «va valutata assumendo una logica di confederalità. Logica che non ritrovo nella scelta fatta dal comitato centrale della Fiom», ha commentato il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani. Una formula che suona sindacalese ma che in realtà è una condanna durissima perché mette in dubbio la stessa appartenenza della Fiom alla Cgil. E rende l’idea delle difficoltà che dovrà affrontare il leader di Corso d’Italia con un’intera categoria, molto pesante numericamente e simbolicamente, all’opposizione. Una categoria dalla quale, tra l’altro, erano arrivati velati inviti a fare un congresso straordinario della confederazione. Se e come ci sarà il chiarimento si saprà solo dopo il referendum di ottobre. Già si delineano, invece, i problemi politici posti dallo strappo della Fiom. Il premier Romano Prodi ha sostenuto che il voto «era abbastanza previsto e scontato» e ha sottolineato come le tute blu della Cgil siano in una posizione di minoranza. In realtà la Fiom ha costretto la sinistra radicale ad accodarsi - rovesciando per una volta il gioco al rilancio che in questi mesi Prc e Pdci hanno inflitto ai sindacati - proprio mentre l’ala estrema della maggioranza stava cercando il modo per attenuare la carica antigovernativa della manifestazione del 20 ottobre contro il protocollo.

Una situazione ad alto rischio per Prodi che ha spaccato la nascente Cosa rossa. Rifondazione ha abbracciato lo strappo della Fiom. «Ci sentiamo impegnati a sostenere queste istanze in Parlamento e nel Paese», ha annunciato il segretario Franco Giordano. Decisamente dalla parte della Fiom il Pdci, mentre i Verdi, con il capogruppo alla Camera Angelo Bonelli hanno chiesto di non acuire le tensioni.